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Una Vita in Piena Regola PDF Stampa E-mail

 

Relazione al Convegno di presentazione del libro “La vita di San Benedetto” di John McKenzie, osb, illustrazioni di Mark Brown, Ed. Città Ideale, 2014  Norcia, Palazzo Comunale, Sala del Consiglio Maggiore
23 Agosto 2014

 

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la vita di san benedettoBuona sera, grazie.
Grazie anzitutto a Fr. Cassian Folsom, Priore del Monastero benedettino di Norcia, per il suo gentile e onorevole invito a condividere con Voi questo momento culturale e spirituale. Grazie per la sua continua e preziosa ospitalità e per la sua amicizia, per me e per tutti noi di grande conforto.
Grazie a Nicola Alemanno, Sindaco del Comune di Norcia, per l’ospitalità istituzionale e per avermi regalato, nel Natale di quattro anni fa, una delle edizioni migliori della Regula Sancti Benedicti che mi accompagna da allora ed è stato ottimo strumento nelle settimane scorse per arrivare fin qui.
Grazie all'Assessore Comunale alla Cultura Giuseppina Perla e alla responsabile dell'Archivio Storico Comunale Caterina Comino per l'organizzazione e la promozione di questo incontro e per il costante e quotidiano lavoro per la promozione culturale di questi territori.
Grazie naturalmente a Dom John McKenzie e a Mr. Mark Brown per averci voluto regalare un dono così bello, utile e prezioso, per le giovani generazioni, ma anche per noi.


Perché questo dono è così bello, utile e prezioso?
Anzitutto, perché un libro è sempre un dono.
Potremmo definire quello che stasera ci onoriamo di presentare “un piccolo libro per principianti”: questa espressione non è nuova a molti, questa infatti è quasi l’espressione finale con cui Benedetto da Norcia definisce e offre la sua Regola (“minima inchoationis regula”).
Un piccolo libro: Dom John si è certamente ispirato per scriverlo al II libro dei Dialoghi di San Gregorio Magno, “il Papa che voleva farsi monaco”, unica fonte biografica del Santo di Norcia; anch’esso una pubblicazione molto semplice, descrittiva in maniera brevissima di pochi cenni della vita di Benedetto e un po’ più lunga dei suoi miracoli: quelli degli inizi, quelli spirituali, quelli della maturità, fino ad arrivare al suo miracolo più grande: la Regola.

 

Sappiamo che San Gregorio Magno non scrisse i Dialoghi per comporre una biografia storica, ma raccolse dei fatti dai racconti di quattro dei discepoli di Benedetto (e una delle prime immagini di Mark Brown ce lo illustra su una perfetta riproduzione del suo trono, ora conservata nella Chiesa di San Gregorio a Roma); quindi, lo scopo dell’autore era lo stesso degli autori del libro che presentiamo stasera: dare uno strumento spirituale.


Questo libro, allora – come la Regola - non è piccolo per nulla: attraverso la lettura e la frequentazione degli episodi più significativi della vita del Patrono d’Europa (anche grazie alla sapiente scelta di Dom John di scegliere un vocabolario semplice, ma non semplificato, quindi godibile davvero da tutte le generazioni), i nostri bambini e giovani e le loro famiglie potranno conoscere un Maestro ed esempio di equilibrio, fede, moderazione, discrezione, precisione, misericordia e umiltà. Chi di noi non vorrebbe che le giovani generazioni fossero educate così? 


E’ dunque questo, dicevamo, un libro per “principianti”: per chi inizia, cioè, la propria esperienza in una comunità, prima familiare, poi scolastica e sociale, quindi professionale e politica. Pensiamo che quando la fama di Benedetto iniziò a diffondersi, i nobili romani gli inviavano, letteralmente offrivano, i propri figli per educarli e la Regola divenne un vero e proprio codice di educazione e comportamento, a volte un manuale di buon governo. Ed è significativo che proprio nell’anno di fondazione di Montecassino, il 529, Giustiniano, Imperatore a Bisanzio, chiudeva ad Atene le scuole pagane di filosofia: mentre nasceva, nel basso Lazio, una nuova scuola: la “dominici schola servitii”


Ma perché siamo così convinti che la vita di Benedetto da Norcia può essere utile e preziosa per la nostra vita quotidiana? Anzitutto, perché, prima di scriverle, le cose che trasmette le ha sperimentate egli stesso, in prima persona (“Non insegnò diversamente da come visse”, scrive San Gregorio nei Dialoghi). Egli è un esempio credibile, che non delude. E Benedetto visse, fin dall’adolescenza, una vita davvero molto impegnativa e difficile.


Poco prima del 500, egli lascia Norcia e una famiglia nobile e tranquilla per recarsi a studiare a Roma, Capitale dell’Impero ormai decaduta, ma pur sempre città di riferimento per l’intero mondo cristiano. L'immagine del libro che accompagna questa parte della vita del piccolo Benedetto riproduce la casa natale del Santo, sulla quale oggi sorge il nostro Monastero di Norcia, riportando, con grande fedeltà e precisione alcuni dei particolari più belli, come l'affresco, ancora oggi presente nella Cripta. 


Solo quattro anni prima della sua nascita, nel 476, è crollato l’Impero Romano d’Occidente; Roma, l’Italia e l’Europa sono preda di razzie e sconvolgimenti di ogni sorta ad opera delle orde dei barbari. Anche la Chiesa è in profonda crisi e divisa; la povertà distrugge persone e città e la disperazione è diffusa. Il giovane Benedetto arriva in una Roma in cui fatica a vivere (qui vediamo una bella immagine, ambientata nell'odierna Trastevere, ove la famiglia di Benedetto possedeva una casa e dove oggi sorge la Chiesa di San Benedetto in Piscinula, in cui il giovane Benedetto tenta di studiare e concentrarsi, mentre i suoi compagni pensano solo a giocare e divertirsi). Egli decide, pertanto, di lasciare Roma poco dopo, insieme alla sua nutrice Cirilla, per un piccolo centro, Effige (oggi Affile), a circa 60 chilometri dalla Capitale, per poi trasferirsi ancora a Subiaco, in fuga dai primi clamori della sua fama, verso un’esperienza al limite della sopportazione umana, chiuso per tre anni come un eremita nel Sacro Speco, una grotta a strapiombo sul fiume (e l'immagine è molto suggestiva, riproducendo minuziosamente tutti i particolari della grotta e riflettendo perfettamente il senso di solitudine di Benedetto). Qui egli sperimenta che cosa vuol dire scavare dentro se stessi. Ecco il primo insegnamento: solo chi conosce profondamente se stesso, solo chi sa governarsi e moderarsi può in seguito convivere in una comunità, ed eventualmente anche governarla e guidarla. 


E’ da questo momento che, dopo questi tre anni di silenzio, solitudine e purificazione, nella vita di Benedetto inizia la fine della fase anacoretica (fondata sulla contemplazione e il digiuno solitario) e la sua prima scelta per quella cenobitica (con elementi di vita attiva e convivenza umana e apostolato nel mondo circostante). Iniziando la sua vita nella società, egli vive ancora esperienze molto negative: alcuni monaci di Vicovaro che l’avevano convinto a governare la propria comunità in crisi, gelosi e oppressi dal suo rigore e dalla sua disciplina, tentano di avvelenarlo. Ma Benedetto non insiste, non rimane e si allontana. E fugge anche da lì. Mentre, nel frattempo, si delineava l’inizio della costruzione del monachesimo occidentale: egli aveva organizzato a Subiaco, con i monaci che lo seguivano, fino a dodici comunità, ciascuna governata dal proprio abate e indipendente, da tutti i punti di vista (l'immagine che accompagna questa narrazione riporta finemente persino i disegni delle planimetrie dei progetti architettonici di costruzione dei nuovi Monasteri). 


Le “fughe di Benedetto” sono molto interessanti, specialmente per i giovani: parte da Norcia, fugge da Roma, fugge da Effige, da Subiaco, da Vicovaro. Sembrerebbe a prima vista un “girovago”, uno della stirpe che egli fermamente condanna proprio all’inizio della Regola. In realtà egli fugge, giustamente, dalla mondanità, dalla vanità. Egli rinuncia, cioè, a responsabilità non significative per una responsabilità ed un compito più grandi. Non rimane dove c’è un grande o un pericolo insormontabile, dove la sua opera andrebbe perduta, rischiando – come scrive San Gregorio – di perdere “la tranquillità e la pace della sua mente, il lume della contemplazione e il vigore del cuore”. Quindi non fuggì, mai: proseguì semplicemente per la propria strada, avendo prima lavorato anni, dentro di sé, per anni per capire quale fosse realmente. Spesso, infatti, è proprio dall’insoddisfazione e dalla stanchezza che ha origine il cambiamento, è l’insofferenza che fa nascere la voglia di comprendere quello che ci sta succedendo e di trovare nuove soluzioni. 


E’ a questo punto, infatti, che Benedetto compie la sua scelta definitiva: affascinato dall’altura sopra Cassino, a metà fra il panorama della valle e le montagne, un luogo difficile da raggiungere, ma contemporaneamente aperto alle grandi vie di comunicazione, verso Roma e Napoli, e circondato da terreni da coltivare, capisce che se si vuole cambiare, se si vuole costruire qualcosa di grande, bisogna farlo dall’inizio, bisogna abbandonare il vecchio e costruire il nuovo dalle fondamenta, proprio come è accaduto per il nostro Monastero di Norcia, fondato ex novo. Mark Brown ce lo illustra con un'immagine quasi "infernale": all'arrivo in questo luogo Benedetto e i Monaci si trovano, infatti, ad incendiare i templi pagani ancora esistenti e a costruire proprio, e significativamente, sulle loro ceneri, la nuova grande Abbazia.

 

A Montecassino la popolazione inizia a ricevere dai monaci assistenza materiale, protezione spirituale e direzione morale. Ed è in questi anni che Benedetto incontra Totila, re dei Goti, che non si converte, ma da allora in poi attenua la violenza e le sofferenze della popolazione e risparmia Roma dalla devastazione.


E’ dunque a Montecassino che si compie la sua conversione-rivoluzione finale: Benedetto finalmente capisce che può far nascere e mettere in pratica l’idea che cambierà definitivamente l’Italia e l’Europa intera, pur non progettandolo affatto. Egli diventa infatti abate di un solo monastero, lasciando che le comunità che nel frattempo si erano formate fossero governate autonomamente e autarchicamente, mantenendosi grazie al proprio abate, al proprio cellerario e a tutti i monaci della singola comunità. Ed è proprio qui che, alla fine dei suoi anni, egli scrive la Regola, la prima magna charta dell’Occidente cristiano. 


Il libro di Dom John non ci parla però di precetti e disposizioni, ma fa stare Benedetto e le sue giornate vicino a noi: ce lo fa sperimentare, grazie alla sua vita che altro non fu che una “Regola applicata”


In un’epoca di paure ed insicurezze, Benedetto osa credere nella bontà degli uomini


Non si vede come capo spirituale, ma come “medico” delle anime.


Fra la scelta di un puro e semplice impegno per il mondo e un totale ascetismo, propone e mette in pratica una sintesi fra contemplazione e azione, fra mistica e politica, senza separare la nostra intimità dal nostro impegno esterno. 


Con i dodici gradini dell’umiltà, egli traccia il cammino spirituale del monaco, ma anche di ogni uomo. 


Non ci insegna a stare sempre in silenzio o a parlare continuamente in preghiera o a stare sempre fermi e inerti a pensare a Dio: ci insegna a tenere, con il corpo, con le parole, soprattutto quelle non dette, con il modo di mangiare, di camminare, di rapportarsi generalmente agli altri, un equilibrio e una sobrietà che non sono utili e preziosi in situazioni straordinarie, ma perfettamente ordinarie e comuni. 


Benedetto costruisce la pace, non scrivendo un programma, ma facendo pace prima dentro di sé. Una pace non debole, che non teme nemmeno la decisione della scomunica, che porta alla luce i conflitti e tenta di sanarli. 


E moltissime altre cose “normali”: l’ospitalità e l’accoglienza degli stranieri, l’assistenza ai malati e agli infermi, la bellezza e la cura della liturgia, la meritocrazia (i decani e le altre cariche vengono scelti solo in base a meriti e saggezza), la discrezione (il discernimento, la giusta misura), la stabilità (contro l’irrequietezza), l’ordine (il tempo giusto per ogni cosa e quindi l’ordine dentro di sé), la moderazione

alimentare (che non è solo fisica, ma spirituale), il lavoro che ci aiuta a pregare bene e la preghiera che ci aiuta ad affrontare il lavoro in maniera giusta.


Benedetto tiene conto della debolezza degli uomini ed anche i deboli vuole far vivere: incoraggia, e rimette in piedi, “compatisce, consola e accoglie” (Dialoghi). Insegna alle guide a “prendere le distanze da se stessi, a “non raschiare troppo la ruggine” nel rimprovero e nella correzione, “altrimenti il vaso potrebbe rompersi” e ai leader ad interpellare tutta la comunità per le cose più importanti e magari affidarsi al giudizio del più giovane, poiché è a lui che Dio ha rivelato il pensiero migliore. 


Ed è proprio ai giovani, in questo caso di età, che si rivolge il libro di Dom John. Oggi i giovani hanno una voglia immensa di comunità; la vita di Benedetto può mostrare loro quali sono i cardini giusti di una vita associata: “l’amore maturo, non fondato solo su sentimenti ed emozioni, ma su un agire concreto. Soprattutto – come per un monastero che voglia durare – una comunità che viva per uno scopo che non sia essa stessa, ma un ideale più alto di sé” (Anselm Grun). 


Benedetto da Norcia insegna soprattutto ai più giovani ad essere leader della propria vita (unico modo per esserlo anche di quella altrui), a “fare sistema”, a “fare squadra”, a “dirigere” le persone (cioè a dare motivazioni, incoraggiarle e illuminare lo scopo del percorso); ad essere determinati e contemporaneamente moderati, chiari e contemporaneamente equilibrati. Insegna l’obbedienza che vuol dire “dare ascolto”, “prestare prima attenzione” (ob audire), quindi non cieca sottomissione o passività, ma giusta predisposizione d’animo per comprendere le cose e aderirvi liberamente. Insegna a “comunicare”, cioè a “informare”, a “dare forma” a pensieri e idee; insegna il silenzio, che Anna Maria Canopi, badessa della comunità benedettina di San Giulio, definisce “quella realtà che rende bella la parola”, “una disposizione interiore”, non mutismo, ma “dimensione di profondità”, appartenente non ad ogni monaco, ma ad ogni uomo. Benedetto insegna soprattutto l’umiltà, punto di equilibrio fra tutte le parti della personalità umana, l’atteggiamento mentale più profondo (“humus”) dell’uomo che contemporaneamente lo eleva al gradino più alto della scala che conduce a Dio. 


Ora, è possibile che tutto questo lo faccia il II capitolo dei Dialoghi o il libro di Dom John? No, ovviamente non è possibile. Tutto questo lo fa un esercizio costante, che può durare una vita. Lo farà ancor di più la lettura della Regola e la sua applicazione, giorno dopo giorno. Ma una biografia può essere l’inizio: è il primo mezzo con cui Benedetto si presenta ai bambini e ai ragazzi. Da una biografia si può capire sia come si può vivere bene sia – e questo per i giovani è molto importante – che i Santi, e quindi anche il Patrono d’Europa, hanno tentato molto, hanno sofferto molto, spesso hanno anche sbagliato molto, ma è proprio per questo che, guardando a loro, possiamo trarre un esempio. Pensiamo solo ai Patroni di Roma, pilastri della Chiesa cattolica: Pietro ha tradito e rinnegato Cristo, Paolo ha trascorso la prima parte della sua vita perseguitando e uccidendo i suoi discepoli. Cristo ha scelto il primo come fondamento della sua Chiesa, Dio ha inviato il secondo ad evangelizzare le genti.

 

Inoltre, mentre noi adulti siamo generalmente abituati a scegliere il miglior libro su un argomento, a leggerlo, magari studiarlo, capirlo e poi, eventualmente, applicarlo, il bello di un libro per bambini e ragazzi è che loro “saltano i passaggi”: magari lo trovano in casa o a scuola (quindi, facciamoglielo trovare), lo vivono e lo interiorizzano direttamente, senza deciderlo e, per questo, più efficacemente. Dopo aver letto o anche solo sfogliato questo, essi ricorderanno per sempre le immagini che descrivono così bene episodi e storie; familiarizzeranno con il loro Santo che non sarà solo quello della statua in piazza o Colui che genericamente protegge spiritualmente l’Europa, ma un uomo e Maestro vicino e vero.


Soprattutto si abitueranno inavvertitamente e inconsapevolmente a pensare insieme a Norcia e a Benedetto. Noi, infatti, ringraziamo Dio per i prodotti buoni della terra, per i paesaggi e la salubrità dell’aria. Ma quello che conterà fino alla fine saranno i grandi precetti evangelici che San Benedetto ci ha lasciato in eredità, quegli “strumenti delle buone opere” del capitolo IV della Regola, un meraviglioso e completo programma di vita. E’ questo che Norcia deve ricordare ed “esportare”, è questo per cui, in primis, deve essere famosa. E’ questo il suo made in Italy che è stato già con successo “esportato” nei secoli in tutta Europa e oltre e che, troppo spesso, anche qui e in generale in Italia, viene quasi completamente dimenticato o comunque non valorizzato giustamente.


Mi permetto, quindi, di concludere questa piccola presentazione con due proposte, che offro sia all’Autorità spirituale e culturale che a quella politica e amministrativa di questa città.


Anzitutto, sarebbe bello e fruttuoso che a Norcia vi fosse anche un luogo fisico e identificato in cui leggere, studiare e approfondire le parole, la vita e gli insegnamenti benedettini, storici e attuali: studiosi, laici, religiosi, giovani studenti e persone interessate potrebbero così “frequentare” Benedetto da Norcia e tutta la tradizione culturale e spirituale benedettina successiva. Un Centro che possa così irradiare, come successe con la fioritura dei Monasteri benedettini in tutta Europa tanti secoli fa, gli insegnamenti e la ricchezza di Benedetto nel mondo.


In secondo luogo, considerato che siamo nel pieno del semestre di Presidenza di quell’Europa che San Benedetto guida e protegge, perché non far partire, in maniera solenne e ufficiale, proprio dalla sua città natale, un appello ufficiale e alto affinché si riscoprano davvero, anche con una loro presenza evidente nei Trattati dell’Unione Europa, nei documenti costitutivi e integrativi, quelle radici cristiane dalle quali tutti noi, cristiani, credenti, non credenti, persino atei, siamo nati e dalle quali siamo culturalmente e socialmente permeati da sempre? “I Benedettini” – scrive Léo Mulin – “sono i Padri dell’Europa nel senso pieno del termine, sia dal punto di vista storico che sociologico”. Quindi, anche politico.

 

Il libro di Dom John e Mark è solo parzialmente un libro per ragazzi: lo è sicuramente, ma non solo.


La vita e le parole di Benedetto – lo dico per esperienza quotidiana diretta e vissuta, seppur non sempre facile e coerente - possono essere sicuramente una bussola seria ed efficace per vivere serenamente e cristianamente in comunità e per affrontare quella quotidianità, spesso così difficile, che è sempre ciò che fa la differenza fra una vita buona e una vita persa. C’è una concreta possibilità di scegliere la prima via: vivere una vita “in piena Regola”. 


Sullo stipite della porta del monastero di Subiaco un anonimo cenobita fece incidere questa frase: “Nonnisi in obscura sidera nocte micant”: “Mai rifulgono tanto le stelle quanto nella notte oscura”. Il buio di oggi rischia di oscurare e scoraggiare tutti, soprattutto i più giovani. La vita di Benedetto, il suo esempio, la sua Regola possono essere, e lo saranno sicuramente per chi vorrà conoscerli e viverli, una Luce sicura. 


Auguro, dunque, a questo libro lunga vita e diffusione.


Auguro a tutti noi di ritrovarci presto qui per un nuovo libro benedettino, magari proprio sulla Regola.


Auguro di cuore a tutti i bambini e ai giovani, non solo di Norcia, di innamorarsi di San Benedetto, come è successo a noi, di "frequentarlo", di conoscerlo e magari anche di applicarlo nella propria vita.


In fondo, ci ricordava qualche anno fa Marcello Pera, fu proprio "un giovane studente di Norcia", in un territorio non più vasto di quello che unisce Norcia, Roma, Subiaco e Montecassino, a compiere il miracolo più grande degli ultimi 1500 anni: far rivivere la nuova Europa


Grazie

 

 

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