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Nel Grembo PDF Stampa E-mail

 

“Non amo attendere nelle file. Non amo attendere il mio turno. Non amo attendere il treno. Non amo attendere prima di giudicare. Non amo attendere il momento opportuno. Non amo attendere un giorno ancora. Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell'istante. Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi. Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere il tempo di tutto un Avvento. Perché tu hai fatto dell'attesa lo spazio della conversione, il faccia a faccia con ciò che è nascosto, l'usura che non si usura. L'attesa, soltanto l'attesa, l'attesa dell'attesa, l'intimità con l'attesa che è in noi, perché solo l'attesa desta l'attenzione e solo l'attenzione è capace di amare(Jean Debruyrnne, “Ecoute, Seigneur, ma prière”)

 

Che programmi abbiamo?

E’ un periodo strano, quello che ci prepariamo a vivere: stiamo per celebrare l’Avvento della nascita solenne e povera di nel gremboDio e contemporaneamente celebriamo ogni giorno quello della Sua venuta finale, imprevedibile e non organizzabile, come la gran parte degli avvenimenti umani. Eppure Lui anche quest’anno ci esorta a “vegliare”, ad attendere, cioè, attivamente, non lasciandosi vivere eventi e giornate come se noi non potessimo influire, come se, per quanto possibile, non potessimo modificare il corso degli eventi.

Forse, allora, è il caso di “fare programmi”, almeno su di sé. E’ davvero l’occasione, anche questo Avvento, di “fare tutto il possibile”. Nel quinto Discorso sull’Avvento, San Bernardo abate definiva quella che inizierà fra qualche giorno una “venuta intermedia”: una via “che unisce la prima all’ultima”. E indicava, come primo mezzo per percorrerla, l’ascolto: della Sua Parola e della Sua traccia di cammino. Quindi, bisogna fare attenzione: noi siamo umani, viviamo qui, nella maggior parte dei casi e dei momenti di fronte all’ignoto dei comportamenti e delle cose. E poi, bisogna scegliere: non possiamo mutare la storia, ma il corso della nostra vita sì. Non possiamo tornare indietro, ma convertirci per andare avanti, sì. Non possiamo, e non dobbiamo, ostinarci a cambiare gli altri, ma noi stessi, dando testimonianza ed esempio, sì.

Che programmi abbiamo, allora?

Vogliamo rimanere passivi, in attesa degli eventi o vogliamo davvero cambiare noi stessi e la nostra storia? A questa scelta siamo chiamati tutti: sia chi vuole accettare la “sfida” cristiana sia chi rinuncia, scegliendo, appunto, di farlo.

Nell’omelia della celebrazione dei Primi Vespri della Prima Domenica di Avvento, il 28 Novembre del 2009, Benedetto XVI diede a tutti un consiglio molto pratico: “L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi (…) Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita!”.

Quest’anno potremmo almeno ricordarli i Suoi segni, e quindi i nostri programmi e i nostri progressi: facciamo ogni giorno tanti schemi organizzativi, tante programmazioni, tanti bilanci e resoconti, anche solo mentalmente, anche per le cose più semplici. Facciamo anche un programma per questo Avvento: tenere ogni giorno, nel nostro grembo invisibile, un “diario” della nostra vita spirituale, come creature chiamate ad abitare il Cielo..

L’Avvento non sarà più, così, una “sacra rappresentazione liturgica” o un ricordo del passato, ma il nostro presente reale. Questo Tempo risveglierà la nostra coscienza, ci spingerà a prendere posizione, a compiere scelte consapevoli, magari inedite per la nostra vita. Finiremo di tenere quelle che il Papa Emerito definiva “le luci abbassate”, temendo che la nostra fede “non sia in grado di sopportare la luce accecante della realtà”. L’Avvento ci apre gli occhi: “Credere veramente significa invece guardare senza timore e a viso aperto tutta la realtà, anche se tale tutto depone contro l’immagine che per qualche motivo ci siamo fatti della fede. L’esistenza cristiana comporta perciò anche che osiamo parlare, nel bel mezzo della tentazione della nostra oscurità, come l’uomo Giobbe con Dio. Comporta che non pensiamo di poter presentare a Dio soltanto la metà della nostra esistenza e di dovergli risparmiare il resto, perché forse lo potremmo così infastidire (…) Celebrare l’Avvento non significa altro che parlare con Dio come ha fatto Giobbe. Significa guardare francamente in faccia tutta la realtà e tutto il peso della nostra esistenza cristiana e presentarli davanti al volto giudicante e salvante di Dio, e ciò anche quando non abbiamo come Giobbe alcuna risposta da dare a essi, bensì non ci rimane altro che lasciare che sia Dio stesso a dare la risposta e dirgli come siamo senza risposte nella nostra oscurità”.

Annotiamo tutti i nostri “discorsi” con il Dio che sta per tornare e le nuove scelte che da essi deriveranno: “Celebrare l’Avvento non significa altro che parlare con Dio”. E con l’uomo: sta per nascere un Re povero, straniero, rifugiato, appartato, che sceglierà molto spesso di essere “male accompagnato” e socialmente rifiutato. E’ questo il Dio che si incarna. Non un altro, nessun altro tipo di uomo.

E’ ovvio: è troppo. E’ un Mistero e un dono troppo grande per noi. Facciamo, allora, come Santa Elisabetta, destinataria di un dono “troppo grande” per lei di fronte ad una fanciulla scelta per un Dono ancora più grande: abbandoniamoci attivamente e iniziamo a cambiare noi stessi, con i piedi sulla terra e lo sguardo rivolto al Cielo, per aspettare le Sue risposte e illuminare la nostra oscurità.

Per poi accorgerci, alla fine, che non siamo noi che attendevamo: è Lui che ha sempre atteso noi.noi

 

 

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