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Aspetti fisiologici e patologici delle interazioni madre-feto PDF Stampa E-mail

 

 

 

Le interazioni madre-feto esprimono la più completa forma di relazionalità che possiamo leggere con metodologie scientificamente corrette nell’ambito della fecondità umana. È indubbio che, in un tempo caratterizzato da una grandissima povertà relazionale, ripercorrere e riflettere su queste interazioni ci aiutano a validare il mondo della relazione. Sembra scoprire l’“uovo di Colombo”, ma nella precarietà dei sistemi relazionali del nostro tempo ci si accorge, quasi con stupore, che l’essere umano è relazionato sin da subito e che, addirittura, una relazione biologica/biochimica/ormonale è alla base della sua entrata nell’esistenza: è grazie ad una facilitazione relazionale dell’ovocellula che lo spermatozoo riesce a penetrare la membrana pellucida, attraverso un orologio biologico di interazioni estremamente semplici nella loro estrema complessità. L’analisi di queste interazioni verrà fatta considerando quattro livelli:

 

1. Il panorama scientifico, sociale e antropologico.


2. Il protagonismo biologico dell’embrione umano.


3. La relazione biologica e psicodinamica con la madre.


4. La sua realtà di paziente (“Il feto come paziente”).

 

 

1) Il panorama scientifico, sociale e antropologico

 

“I cambiamenti nel mondo che ci circonda aumentano in grandezza ed in velocità, ma la nostra percezione di questi cambiamenti riesce sempre meno a mantenere il passo e se la realtà dei tempi moderni non ti ha confuso le idee vuol dire che sei male informato”. (Egon Diczfalusy, 1994).

 

Questa prima affermazione di un padre della ginecologia europea mette bene in evidenza il grande problema di come approcciare e approcciarsi alla verità sulla persona umana. La grande distinzione che si può evocare è che nella fretta della acculturazione moderna l’informazione crea confusione poiché non si hanno i criteri di riferimento valoriali e poiché vi è una netta distinzione fra l’informazione e la conoscenza. I comportamenti sociali spesso confondono l’ "essere informati” su un problema con il “conoscere” quel problema. Le diversità fra l’informazione e la conoscenza si fondano su due considerazioni che riguardano il metodo e il merito. Il primo aspetto si desume dal fatto che dinanzi ad una pletora di modalità informative (internet, stampa, televisione, ecc…) la conoscenza dei problemi epidermica e parcellare. L’informazione non soffre l’impegno analitico perseverante e applicativo del tempo. È un fast-food culturale che vive quasi solamente il presente, senza radici nel passato o proiezioni nel futuro. La conoscenza, invece, si pone completamente all’opposto ed è il frutto di metodologie rigorose che abbisognano di tempo e di verifiche per poter produrre idee di spessore culturale dignitoso. Per quanto riguarda il merito l’informazione sembra abbracciare poliedricamente tutto e la conoscenza riesce con difficoltà a seguire velocemente questa polifagia culturale. Inoltre spesso la conoscenza, pur con le più buone intenzioni, sviluppa una parte del tutto, si iperspecializza e non interagisce con gli altri saperi della vita dell’uomo, vedi la filosofia, la teologia e la bioetica. Questa dicotomia metodologica e comportamentale del nostro tempo fa si che cogliamo aspetti di pronunciamenti della vita umana fortemente schizofrenici.

 

“Il nostro tempo ci fa constatare quotidianamente una forma di schizofrenia culturale, dove accanto a proclami di diverso tipo sulla difesa della dignità degli esseri umani e delle figure più deboli sul piano psico-sociale troviamo altrettanti proclami e battaglie in favore della libertà incondizionata e individuale di ogni scelta, spesso accompagnata da una assoluta indifferenza dinanzi alla vita debole e alla sua sacralità.

 

Nella metafora dell’esistenza umana troviamo molte similitudini tra l’embrione e la famiglia: la solitudine scientifica, giuridica, politica e psico-sociale che accompagna l’embrione è la stessa solitudine che accompagna l’istituto familiare; così come l’embrione si pone sempre più come “segno di contraddizione”, nell’ultimo decennio anche l’istituto familiare è salito agli onori della cronaca come campo di opposte fazioni e contraddizioni per la famiglia e sulla famiglia.” (Noia, Recensione del libro “Le pillole che uccidono” di Baldini e Carbone, Civiltà Cattolica).

 

“Come mai questa società è così schizofrenica? Siamo ormai alla deriva? Sì, siamo alla deriva, prima ancora che morale, alla deriva della ragione, quando si delega al lecito legale il lecito morale. Come esiste una LOGICA DELLA SCIENZA, esiste pure una LOGICA DELLA VITA. La prima è evidente, quando dice per esempio che una pietra attirata dalla forza di gravità al centro della terra non può muoversi verso l’alto. L’altra è più difficile da capire, ma altrettanto inesorabile come la prima: dichiara che azioni eticamente sbagliate, anche se appaiono utili, alla fine conducono alla rovina. Mentire può recare vantaggio una, dieci, cento volte; alla fine stronca ciò su cui poggia la vita: nella propria interiorità il rispetto di se stessi, nel rapporto con gli altri la fiducia; è un danno senza rimedio.” (Romano Guardini, 1949).

 

Questa affermazione esprime la devastante manipolazione culturale che è stata operata negli ultimi cinquant’anni intorno alla vita umana. Se riflettiamo su quello che è avvenuto nel rapporto tra diritto naturale e fecondità si possono cogliere otto grandi separazioni. Le prime quattro avvenute sul piano scientifico-biologico e le seconde sul piano antropologico e psico-sociale.

 

Una prima separazione è quella che è avvenuta quando la fecondità è stata separata dalla sessualità. Nella vita affettiva degli esseri umani la pillola estroprogestinica ha permesso una scelta di vita sessuale separata dalla possibilità di concepire. Non è qui il dato di riflessione etico-morale, bensì la constatazione oggettiva di come la pillola ha influenzato i comportamenti affettivi e sessuali. Una seconda separazione è avvenuta con la fecondazione extra-corporea: tutte le metodiche hanno permesso concepimenti al di fuori del corpo della donna: la fecondità è stata separata dalla corporeità. Una terza forma di separazione è avvenuta con la clonazione: la fecondità, essendo possibile senza l’utilizzo del gamete maschile, è stata separata dalla germinalità. Infine con la recente creazione di chimere umane la fecondità è stata separata dalla integrità genetica di specie.

 

Sul piano antropologico e psico-sociale, invece, la fecondità è stata separata dal’accoglienza della vita del figlio con il riconoscimento giuridico negli ultimi ottant’anni dell’aborto chirurgico e negli ultimi trenta delle pillole abortive. La possibilità di sperimentare sugli embrioni o, in caso di gravidanze plurime, di effettuare la riduzione degli stessi (modalità occisiva di 3/4 embrioni in caso di gravidanze esagemine o pentagemine) esprime un secondo tipo di separazione: fecondità separata dal concetto di eguaglianza e dignità di tutti gli esseri umani. L’eugenismo della diagnosi prenatale, il feticidio selettivo e la diagnosi pre-impianto evidenziano un terzo tipo di separazione: la fecondità separata dalla “normalità del figlio” in virtù della sindrome del feto perfetto che ha creato la “cultura dello scarto” con discriminazioni fortemente selettive sui feti malformati, malati o con handicap evidenziabili prenatalmente. L’ultima forma di separazione classificativa vede la fecondità ormai separata dalla umanità: un animalismo eco-ambientale sempre più forte ha fatto perdere la centralità antropologica della preziosità dell’essere umano. Recenti episodi ben conosciuti con forte rilevanza sui media hanno espresso chiaramente quanto sia importante opporsi alle stragi delle querce (Firenze) e all’avvelenamento degli orsi della Marsica (L’Aquila). Poca risonanza, però, o riflessione provocatoria viene offerta dinanzi all0olocausto censurato di 53 milioni di aborti annuali nel mondo.

 

L’embrione quindi è veramente segno di contraddizione: tutte le frontiere della scienza ormai si pongono come sfide bioetiche perché girano intorno all’embrione cosificato come oggetto in tante tecnologie (FIVET - ICSI, staminali embrionali, clonazione, crioconservazione degli embrioni, diagnosi preimpianto, diagnosi prenatale, riduzione embrionaria, feticidio selettivo). Restituire i diritti all’embrione con evidenze scientificamente fondate significa restituire alla comunità umana una riflessione che poggia sulla “evidence based medicine” delle interazioni fisiologiche e patologiche tra madre ed embrione sin da subito. Infatti la relazione biologica-anatomica e psicodinamica, nel periodo prenatale, fonda non solo il presente del nuovo individuo, ma anche il futuro del suo benessere psicofisico. In una società di separazioni, quindi, uno sguardo onesto scientificamente nell’universo della vita prenatale ci aiuta a riflettere sulla relazione per eccellenza, la relazione madre-figlio, e ci stimola a riconsiderare la verità ontologia della persona umana.

 

2) Il protagonismo biologico dell’embrione umano

 

“L’embrione è un attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino” (Editoriale del British Medical Journal, novembre 2000).

 

Uno degli aspetti che più evidenziano questa capacità manageriale dell’embrione nell’ambito di quelle che sono le relazioni con la madre “sin da subito” è l’imprinting genomico che consiste nell’inattivazione epigenetica di uno degli alleli di un gene generando quella che sidefinisce “espressione monoallelica”. Da un punto di vista evoluzionistico l’imprinting genomico si è selezionato in alcuni mammiferi in quanto indispensabile per la regolazione del conflitto tra geni paterni e geni materni nell’assegnazione delle risorse materne a beneficio dello sviluppo dell’embrione (growth promoters) piuttosto che della vita riproduttiva della madre (growth suppressors) -> teoria di Kinship. (Murphy K and Jirtle RL, BioEssay 2003).

 

Come ha brillantemente dimostrato Anthony R. Isles (Early Human Development 2005) l’imprinting genomico esprime tutta la gamma di interazioni madre-embrione nella costituzione della placenta e per la crescita in utero non fermandosi però a questo perché alla base dell’imprintig sono correlate espressioni geniche sia del comportamento materno che del comportamento del neonato. Sulla scia di questi studi si è cercato di correlare l’imprintig con alcune patologie della gravidanza, e McMinn ha evidenziato come, con tecniche di microarray, vi sia una relazione tra l’mprintig genomico di espressioni placentari sbilanciate e la restrizione della crescita intrauterina (FGR). In questo lavoro si sostiene che sei geni ‘imprinted’ sono espressi differenzialmente nella placenta di donne con FGR, con un aumento dell’espressione di PHLPDA2 associato ad una diminuita espressione di MEST, MEG3, GATM, GNAS e PLAGL1 (McMinn J et al Placenta 2006).

 

A differenza dell’espressione biallelica, l’espressione di un singolo allele può comportare conseguenze dannose per la salute dell’embrione e per il suo corretto sviluppo. Molti geni coinvolti nell’imprinting genomico sono stati identificati proprio per la loro associazione con patologie specifiche della crescita quali la sindrome di Beckwith-Wiedemann, e con disordini neurologici come le sindromi di Prader-Willi e di Angelman.

 

Inoltre si può ragionevolmente ipotizzare che i geni ‘imprinted’ possano essere oncogeni o geni coinvolti nella soppressione del processo neoplastico. La crescita atipica del tumore è infatti caratterizzata oltre che da mutazioni genetiche anche da modificazioni epigenetiche, quali ad esempio la metilazione del DNA.

 

La conoscenza completa dei meccanismi di controllo della crescita cellulare mutuata dagli studi sull’embriogenesi costituisce pertanto una base di informazioni utile per affrontare studi in altri settori, quali l’oncologia.

 

Queste considerazioni si legano molto bene con ciò che ha dimostrato Helen Pearson con la sua affermazione: “Your destiny from day one” (Nature 2002-418:14,15), “Il tuo destino dal giorno uno”. Tutti questi dati sono la punta di un iceberg di una letteratura che enfatizza il protagonismo biologico dell’embrione e che possono sinteticamente essere compendiati in cinque caratteristiche L’identità umana:

 

a) La sua identità umana (46 cromosomi)

 

b) La sua individualità e unicità (sequenze ALU)

 

c) La sua autonomia biologica (lo shift metabolico energetico)

 

d) L’assunzione del piano programma genomico (imprinting genomico, polarizzazione, assializzazione)

 

e) Il “cross-talk” (mirato all’impianto e alla tolleranza immunologica)

 

Brevi considerazioni all’interno di queste caratteristiche, evidenziano subito le “relazioni” fisiologiche e patologiche tra la madre e l’embrione:

 

a) Nella definizione della identità umana la sincaria è la relazione fondamentale, ma essa è stata preceduta dalla singamia e il tutto è un insieme di relazioni biogenetiche per cui si costituisce il nuovo essere umano durante un processo e non in un solo momento;

 

b) L’unicità delle sequenze ALU fanno sì che la specificità delle sequenze definisca il nuovo individuo come unico e irripetibile anche in funzione di calcoli matematici di improbabilità di assemblaggio genomico assimilabile talmente alti da confermare il concetto precedente, e ciò fonda anche la sua individualità;

 

c) senza una relazione di supporto nutrizionale (elementi di metabolismo anaerobico forniti dal pabulum endotubarico) l’embrione privo fino all’impianto di fonti energetiche ossigenative non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivenza; la sua capacità autonoma di operare uno shift del metabolismo aerobico a quello anaerobico esalta una autonomia biologica che permette non solo di sopravvivere, ma di moltiplicarsi, di differenziarsi e di assumere e dirigere il piano-programma genomico scritto durante la sincaria.

 

d) il colloquio incrociato (“cross talk”) tra embrione e madre spiega l’affermazione del fatto che esso è un direttore d’orchestra non solo del suo impianto, ma anche del suo destino futuro. L’adeguatezza della preparazione dell’impianto avviene all’interno di un pabulum di scambi di messaggi fra i due attori. Nello stadio fra 2 e 8 cellule molte citochine (Human Reproduction online 2002) vengono prodotte dall’embrione non solo finalizzate a progettualità di crescita, ma anche come messaggeri di una comunicazione sempre più complessa e numerosa da far affermare a Wegmann TG (1984) che “l’embrione è immerso in un mare di citochine da lui stesso prodotto”. “L’impianto è un paradosso di biologia cellulare” (P. Bischof et al, Human Reproduction Update, 1996). Se non fosse avvenuto quel processo di riconoscimento che permette a ciascun embrione di essere trattato come un trapianto semi-allogenico non si sarebbe ottenuto neppure quella trofoblastizzazione placentare da cui dipende la vita successiva prenatale. In tabella 1 si evince come sia importante la relazionalità dei primi otto giorni ai fini di produrre il “cervello placentare” in cui coesistono le produzioni di neuroromoni, neuro peptidi, neuro steroidi e neurotrasmettitori. È quindi molto difficile non ipotizzare che dei fattori ambientali nella fase endotubarica di tipo farmacologico-ormonale (vedi pillola del giorno) non possa influenzare la preparazione dell’impianto e quindi nei fatti intercettarlo e provocare l’aborto precoce. L’azione del levonorgestrel sulle integrine comporta modificazioni biochimiche dell’endometrio che ostacolano l’impianto (JD Wang e coll, Proceeding of the International conference on reproductive health, 1998); I cambiamenti dell’espressione citochinica nella tuba di Fallopio influenzano lo sviluppo embrionale attraverso una alterazione del milieu peri-impianto (HZ Li e coll, Molecular Human Reproduction 2004, 10; 7, 489; A Christow e coll, Molecular Human Reproduction 2002, 8; 4, 333-340). “Non possiamo concludere che la pillola per la contraccezione d’emergenza non impedisca mai la gravidanza dopo la fecondazione” (Trussel J e coll, Contracenption 2006, 72 (2), 87-89).

 

Inoltre la capacità di sopravvivenza nell’organismo materno dipende dalla soppressione dell’interazione immunologica materno-fetale (Medawar, 1953). Ognuno di noi, infatti, da embrione, possiede il 50% di patrimonio genetico del proprio genitore maschile e quindi candidato ad essere rigettato; ma il processo di identificazione durante questa relazione “di tipo biologico-biochimico” non è solo importante ai fini dell’impianto, ma come hanno giustamente sottolineato gli autori dell’editoriale del British Medical Journal, determina le condizioni che avranno conseguenze anche dopo l’impianto: nella vita prenatale fino alla nascita, nella prima infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta.

 

Sulla base, quindi, della programmazione genetica c’è una prima fase di relazionalità biologica, ormonale, immunologica già nel periodo intratubarico (primi 5 giorni) e nei primissimi giorni di vita intrauterina. Tale interazione però è così fondante ai fini dell’impianto che determina anche il tipo di trofoblastizzazione successiva. Recenti studi hanno validato che in una condizione di inadeguato apporto nutrizionale (legato a incapacità della placenta) con conseguente basso peso alla nascita vi sono problematiche consequenziali nella prima infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta.

 

3. La relazione biologica e psicodinamica con la madre

 

Nella prima infanzia si evidenzia il cosiddetto fenomeno del “catch up growth”, caratterizzato da una obesità del periodo della prima infanzia in cui all’insulino resistenza e all’aumentata produzione di insulina si accompagna un sistema di IGF attivato ed azione Insuline Like dei frammenti IGFBP-3. Dai dati di Jaquet et al. del 2005 un aumentato rischio di sindrome metabolica si verificherebbe nei soggetti nati piccoli per l’età gestazionale (2,3% nei soggetti SGA, contro lo 0,4% dei soggetti AGA) e questo fenomeno abbraccerebbe anche la fase adolescenziale fino a 22 anni. Il problema dell’obesity rebound renderebbe ragione anche di una prevalenza del 4,2% di sindrome metabolica e si correlerebbe al fatto che essa si verificherebbe in adolescenti con policistosi ovarica nel 37% dei casi. Nel 4% dei feti a termine con peso inferiore ai 2400g si verificherebbero anche, nella fase infantile e adolescenziale, una precoce androgenizzazione con adrenarca prematuro nel 5% e policistosi ovarica nel 10% dei casi (Ergaz et al. 2005; Zukauskaite et al. 2005). Una metanalisi degli ultimi quindici anni correla il basso indice corporeo con il pubarca prematuro. (Ibanez et al) Infine, un recente lavoro di Godfrey KM (Placenta, 2002) porta consistenti dimostrazioni sia nell’animale sperimentale che nell’umano che il basso peso alla nascita dovuto ad una insufficienza del supplemento materno attraverso la placenta può essere la base di malattie metaboliche e cardiovascolari della vita adulta. Come si può dedurre, quindi, la relazione biologica, biochimica, ormonale e immunologica fonda il futuro del benessere psicofisico del nuovo essere umano. Tale relazionalità continua anche dopo l’impianto, con una serie di circuiti cellulari anatomici e psicodinamici. È conosciuto popolarmente l’effetto protettivo che la presenza della gravidanza (e quindi del figlio) comporta in relazione alla prevalenza dei tumori della mammella (l’allattamento è uno dei principali fattori di protezione) ma non meno importante è la gravidanza come elemento terapeutico in presenza di endometriosi. Recenti contributi sul traffico cellulare di cellule staminali dal figlio alla madre hanno mostrato come cellule staminali del figlio dopo aver attraversato la placenta possano andare a colonizzare organi materni e, differenziandosi in cellule tiroidee o epatociti, hanno capacità di riparare eventuali danni materni (Bianchi D et al, 2000).

 

La ricchezza di connessioni relazionali si esprime soprattutto con la partecipazione della madre allo sviluppo neuro-sensoriale e neuro-comportamentale del figlio. Già alla fine del terzo mese il feto è in grado di discriminare cambiamenti nella composizione del liquido amniotico su base olfattiva poiché già a 7-8 settimane assoni ascendenti penetrano nel bulbo olfattivo e dal bulbo raggiungono alcune zone del sistema nervoso centrale che influenzano i comportamenti futuri come l’alimentazione e la sessualità (Varendi H et al, 1996; Yamatani H et al, 2004).

 

Anche l’orientamento post-natale è condizionato dallo sviluppo dell’olfatto. In un lavoro recente di Benassi et al (Biomed Ateneo Parmense 2004) e Doty R.L. (Experienza, 1996) si dimostra che, sulla base del riconoscimento dell’odore del liquido amniotico, il neonato è in grado di riconoscere la propria madre, così come tale memoria olfattiva prenatale potrà condizionare molti nostri comportamenti anche nella vita adulta (Schaal B et al, 1998).

 

Anche le esperienze gustative prenatali influenzano i gusti futuri (Schaal et al, Chem Senses 2000). Una nota esemplificazione presentata dagli autori precedenti metteva in evidenza come una bambina indiana, adottata da una coppia parigina a tre mesi, mostrasse, allo svezzamento, una particolare preferenza per il riso al curry, molto diffuso in India. Iniettanto una sostanza dolce nel liquido amniotico si osserva ecograficamente un aumento del ritmo di deglutizione, mentre con l’inoculo di una sostanza amara la deglutizione rallenta (Mistretta CM et al, Br Med Bull, 1975).

 

L’organo della vista si completa morfologicamente a 24 settimane e se noi effettuiamo con una intensa fonte di luce un fascio luminoso sull’addome materno, un’importante reazione motoria fetale evidenzia sperimentalmente la funzione visiva prenatale (Graven SN, Clin Perinatol 2004).

 

La relazionalità relativa al senso dell’udito è stata studiata moltissimo, e vede nel riconoscimento della voce materna l’aspetto più esaltante delle relazioni psico-dinamiche (Klopfenstein D, Rev Fr Gynecol Obstet, 1993) fino al punto che si può dimostrare la percezione da parte del feto delle caratteristiche ritmico-intonative di un discorso materno (Damstra-Wijmenga SM, Midwives Chron, 1991). Il feto ha una sua precipua reazione motoria violenta dinanzi a stimoli sonori improvvisi (Bauer R et al, Biol Neonate, 2001) e sono ormai molti anni che Zimmer et al (1982) ha dimostrato come musiche veloci molto ritmate (Rock, Beethoven) portino a movimenti bruschi del feto ed accelerazioni del battito cardiaco, mentre musiche lente e dolci (come Vivaldi e Mozart), causano movimenti calmi di tipo natatorio e rallentamento della frequenza cardiaca fetale. Secondo Olds C (1985) ci sarebbe durante l’esperienza musicale del feto una percezione di ciò che è il vissuto della madre durante l’ascolto di un brano.

 

Infine lo sviluppo della sensibilità tattile pur vedendo presenza di fibre nocicettive già all’ottava settimana, matura le connessioni alla decima settimana attraverso le fibre C che raggiungono il midollo e la produzione di sostanza P con i suoi specifici recettori nei gangli posteriori e nei corni dorsali midollari tra 12 e 16 settimane (Mrzljak 1998, Chamay 1983). I recettori cutanei del tatto si distribuiscono dalla zona periorale (7 settimane) al viso/palmo delle mani/pianta dei piedi (11 settimane) e alla parte prossimale degli arti e del tronco (15 settimane). A 20 settimane in tutte le superfici cutanee e mucose del corpo fetale sono presenti i recettori cutanei (Balmaan 1980).

 

Da ciò si evince tutto il grande capitolo del dolore fetale, i cui indicatori sono stati ormai valicati sia a livello tipo anatomico, che a livello fisiologico/ormonale e comportamentale.

 

Dagli studi sui prematuri le ricerche si sono spostate alla vita fetale. Da quando è possibile affermare che il feto prova dolore? Non essendo possibile un riconoscimento verbale sono stati studiati gli “indicatori di dolore”.

 

Indicatori Anatomici

 

1) I recettori cutanei per la sensibilità appaiono nella zona periorale alla 7 settimana;si diffondono poi nel resto del viso,sulle palme delle mani e dei piedi a 11 settimane, al tronco e alla parte prossimale degli arti a 15 settimane e a tutte le superfici cutanee e mucose entro le 20 settimane (Valnaan 1980).

 

 

2) I recettori per gli oppioidi sono stati riscontrati nel compartimento fetale sia nell’uomo (Blinick 1975) che nell’animale sperimentale ( Szeto 1982). La loro presenza indica l’esistenza di un sistema di analgesia endogeno. Gli oppioidi endogeni sono rilasciati nel feto al parto e durante uno stimolo doloroso.

 

 

3) Studi condotti su madri tossicodipendenti hanno dimostrato la presenza dei recettori per gli oppioidi sia a livello centrale che periferico (Noia 1983; Noia 1984).

 

 

4) Confrontando l’ontogenesi dei recettori µ,δ e k nel midollo spinale possiamo notare che i recettori µ e k (quelli morfinici) sono presenti in stadi molto precoci e tendono successivamente a diminuire di numero, mentre i recettori delta appaiono solo secondariamente (Dickenson 1999).

 

 

5) La sostanza P, neurotrasmettitore della nocicezione della classe delle tachichinine, appare, insieme ai propri recettori specifici tra 12 e 16 settimane nei gangli posteriori e nei corni dorsali midollari (Chamay 1983).

 

 

6) L’innervazione sensoriale della cute e le connessioni tra periferia e midollo spinale iniziano a otto settimane di gestazione e le fibre C raggiungono il midollo a circa 10 settimane (Mrzljak L 1988).

 

 

7) Le vie del dolore dal midollo spinale raggiungono il talamo tra 7-20 settimane di epoca gestazionale (Okado N 1981 and Anand 1987).

 

 

8) La mielinizzazione delle fibre avviene tra 22 settimane e si completa dopo la nascita; ricordiamo , però, che le fibre C che conducono la sensibilità dolorifica, anche nell’adulto, non sono mai mielinizzate e questo è il motivo della più lenta conduzione del dolore rispetto, per esempio, ad un impulso motorio. Le fibre A delta mieliniche, anche implicate nella conduzione dolorifica, si mielinizzano tra il secondo e il terzo trimestre.

 

 

9) La connessione tra le fibre talamo-corticali avviene tra 17 e 26 settimane (Gloover 1999). Questo momento anatomico viene considerato da molti autori cruciale, in quanto verrebbe coinvolta la corteccia cerebrale e quindi apparirebbe la coscienza del dolore e non solo una reazione riflessa.

 

Indicatori fisiologici/ormonali

 

Lo stimolo doloroso provoca nel feto:

 

1) Una risposta emodinamica: vasodilatazione dell’arteria cerebrale media fetale (fenomeno del brain sparing).Questa risposta è presente da 16 settimane. Il feto, in pratica, in situazioni di stress (ipossiemia, emorragia, riduzione del flusso uterino), è in grado di ridistribuire il proprio flusso ematico, proteggendo organi come il miocardio e il cervello e determinando la vasocostrizione di distretti come quello splancnico, cutaneo e renale. Questo fenomeno è dovuto all’attivazione del sistema simpatico.

 

2) Una risposta ormonale: in uno studio fondamentale Giannakoulopoulos X ha dimostrato che, dopo la puntura della vena intraepatica per il prelievo si sangue fetale o per effettuare una trasfusione intrauterina, il cortisolo plasmatico fetale e la beta endorfina aumentano da due a sei volte rispetto alla cordocentesi, in cui non viene trapassato il corpo fetale. Questa è stata la prima dimostrazione che il feto abbia una risposta ormonale ad uno stimolo doloroso. Inoltre l’aumento del cortisolo e della beta endorfina è stato nettamente maggiore rispetto a quello che si è verificato nello stesso esperimento sui neonati pretermine sottoposti a chirurgia senza analgesia. Questa risposta è presente da 19 settimane (Giannakoulopoulos X 1994).

 

Queste risposte non sono presenti qualora si facci uso, durante la procedura invasiva di analgesici oppioidi (Fisk 2001).

 

Indicatori citochimici

 

La presenza della sostanza P è dimostrabile nel feto a partire dalle 8 -10 settimane(Charnay Y 1983) e l’encefalina dale 12- 14 settimane(Charnay Y 1984). E’ da notare che nel neonato la densità di recettori e di sostanza P (sostanza mediatrice del dolore) è maggiore che nell’adulto (Manolidis L et al 1989 ).

 

Indicatori neurofisiologici

 

L’elettroencefalogramma (EEG) misura l’attività elettrica dei neuroni corticali. Questa è presente dalla 19° settimana, mentre dalle 22 settimane è riconoscibile un pattern elettroencefalografico continuo, che è tipico della fase di veglia e del sonno attivo nel neonato.

 

I potenziali evocati somatosensoriali, che misurano l’attività dei neuroni midollari, sono dimostrabili dalle 24 settimane (Vanhatalo S 2000 e Torres F 1985).

 

La tomografia ad emissione di positroni (PET) ha dimostrato che il consumo di glucosio è massimo nell’area somatosensoriale della corteccia fetale, il che dimostra l’alto livello di attività in quest’area (Chugani H.T1986).

 

Indicatori comportamentali

 

1) reazione motoria del feto dopo puntura con ago.Questa reazione può essere evocata già da otto settimane (Hamond I 1996)

 

2) modificazione della frequenza cardiaca fetale (Noia 1985)

 

Varie evidenze, quindi, dimostrano che nello sviluppo neuro-sensoriale del feto vi è una intensa partecipazione materna e che i canali di comunicazione sono fortemente biunivoci. Proprio questa relazionalità madre-feto, quindi, sta alla base della percezione sia della presenza che dell’assenza del figlio. ( J.P Relier 2001, K.J.S. Anand 2000, A.T. Bhutta 2002, T.F. Oberlander 2002). Tale percezione, però, non è, come i più pensano, di tipo biologico sensoriale, ma esiste anche una percezione psicologico-spirituale della presenza del figlio. Più in particolare mentre la prima segue un canale percettivo di incremento esponenziale man mano che il bambino cresce e aumenta il livello di relazionalità biologico-sensoriale per il suo incremento ponderale (quindi segue una legge di gradualità), la percezione psicologico spirituale segue invece la legge del “tutto o nulla”: la presenza del figlio viene avvertita come un tutt’uno di presenza, indipendentemente dalle sue dimensioni. Questa affermazione la si desume dalle esperienze osservazionali, ormai cronicamente acquisite, di come moltissime madri riescono a fare una corretta diagnosi di sesso del proprio bambino senza l’ausilio dell’ecografia o dell’amniocentesi; è esperienza comune, inoltre, che molte donne fanno autodiagnosi di gravidanza e subito dopo ne hanno conferma con il test. Infine è mia esperienza personale, in più di 20 gravidanze gemellari, che la diagnosi fatta dalla paziente si basa su una “diversità percettiva” che esse riferivano in relazione alla gravidanza attuale, gemellare, prima ancora di fare qualsiasi esame ecografico o ormonale.

 

Questa serie di evidenze dimostra come i canali di percezione psicologico-spirituale non seguano gli stessi canali della percezione biologico sensoriale. Il dato conclusivo è quindi che, quando la donna percepisce l’assenza, percepisce la perdita della presenza del figlio e questa percezione non è equiparabile alle dimensioni dell’embrione, poiché è indipendentemente, quindi, dal peso in grammi e dalla lunghezza in centimetri. La percezione psicologico-spirituale, quindi, è difficilmente anticipabile: ne consegue che il concetto di proporzionalità traumatica (piccolo embrione=piccolo trauma) è solo un fenomeno culturale proiettivo, utilizzando una proporzionalità matematica tra le dimensioni dell’embrione e l’entità del trauma psicologico, ma, nell’esperienza osservazionale e soprattutto nell’esperienza delle donne, non esiste. Quella classe medica che, magari in buona fede, propone tutta una serie di anticipazioni di test invasivi e non invasivi di diagnosi prenatale (la villocentesi al posto dell’amniocentesi, il bitest al posto del tritest, la nuchal translucency al posto dei soft markers dopo la 13° settimana) nell’ottica di poter effettuare una diagnosi il più presto possibile e favorire una scelta di interruzione volontaria più precoce possibile così da diminuire il trauma dell’interruzione, si scontra con l’evidenza della sofferenza psicologica delle donne, e soprattutto con il fatto che non esiste alcun test predittivo così precoce da anticipare la percezione psicologica della presenza del figlio. Si può interrompere una percezione biologico-sensoriale, ma non si può né eliminare né anticipare la percezione psicologico-spirituale. Questo è dimostrato anche dal fatto che il tempo di elaborazione e sedimentazione del lutto dopo un aborto spontaneo precoce (8-9 settimane) è temporalmente equiparabile alla elaborazione e sedimentazione del lutto di donne che hanno perso i propri mariti (studi sulla vedovanza). È ovvio che se i canali di comunicazione sono così forti si può dimostrare che il feto, una volta acquisiti i recettori cutanei per la sensibilità nocicettiva (dolorifica) e possedendo già da 8 settimane le terminazioni nervose della sensibilità dolorose che portano la percezione del dolore sino al talamo, senta il dolore fisico come ampiamente dimostrato dal prof Hanand e dagli studi nei feti prematuri. In sintesi, quindi, potremmo affermare che dopo la 15 a settimana il feto possiede tutti gli elementi anatomici-fisiologici e centrali non solo per sentire il dolore, ma anche per sentirlo in maniera fortemente amplificata, non possedendo fino a 27 settimane pain modification system (sistema di modificazione del dolore), che permette di modulare la sensazione nocicettiva. Se consideriamo che la maggior parte degli aborti tardivi vengono effettuati dopo la 16 a settimana, è ovvio pensare che oltre ad andare incontro ad un aborto volontario il feto muore con una sensibilità dolorosa dieci volte superiore. Come precedentemente ricordato, un insulto invasivo che oltrepassi la cute fetale, crea nel feto una brusca immissione di ormoni (endorfine, catecolammine, cortisolo) nel torrente circolatorio come risposta allo stress doloroso e sul piano vascolare una vasodilatazione a livello cerebrale.

 

E’ stato proposto, da medici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza, alla luce di queste conoscenze, di effettuare analgesia a quei feti che dopo la 18 a settimana vanno incontro ad aborto volontario. Alle contestazioni di alcuni medici contrari a questa proposta è stato evidenziato che, anche negli animali da esperimento, che poi vengono sacrificati, si effettua una analgesia per evitare il dolore. Perché allora il cucciolo dell’uomo dovrebbe essere trattato diversamente dagli animali? Per chi, come il gruppo da me diretto, effettua metodiche diagnostiche e terapeutiche che debbono comportare passaggio attraverso l’addome o il torace fetale ai fini di salvare feti considerati inguaribili, è d’obbligo effettuare una analgesia fetale prima di ogni approccio invasivo. Esiste poi quello che molti autori hanno chiamato "memoria del suffering": come nell’adulto anche nel feto il dolore fisico viene ricordato maggiormente quando è associato alla esperienza psicologica di dolore. Numerose evidenze nell’animale sperimentale dimostrano che gli stress della madre, durante la gravidanza, causano disturbi comportamentali, nella prole, anche ad un lungo follow-up (Henry et al 1994, Weinstock et al 1997). L’azione secondo altri studi avrebbe una influenza diretta sullo sviluppo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene del feto (scheider e moore, 2000). Nell’uomo una metanalisi di 51 lavori internazionali dal 1956 al 2001 effettuata da M. Zappitelli ha dimostrato una più alta prevalenza di ADHD (attention deficit hyperactivity disorder) nei bambini di madri con insulti stressanti pre/peri/post-natali. Uno studio di Bracha del 1992 su 30 coppie di gemelli omozigoti ha dimostrato che i gemelli reagivano in maniera diversa allo stesso stress materno durante il secondo trimestre al punto che in 23 coppie su 30 si dimostrò nella vita post-natale che uno dei due gemelli era schizofrenico e l’altro normale. Uno degli elementi importanti di questa relazione tra stress materno e patologia fetale riguarda il dato biologico importante della influenza degli stress materni sulla migrazione neuronale verso la corteccia che avviene in maniera massiva tra il terzo e quinto mese di gravidanza, sostanzialmente tra la dodicesima e la ventiduesima settimana (R. O. Huttunen Niskanenn 1978). Questi stress materni, qualora avvenuti in questo periodo particolare, possono influenzare molto più di quanto si creda la plasticità dello sviluppo, producendo complicanza a lungo termine nel neonato quali stress, tendenza alla patologia infiammatoria, alla patologia metabolica e ai disordini psichiatrici. Tre piccole esemplificazioni dimostrano come i canali percettivi del feto siano intensi ma reali e in gran parte a tutt’oggi misconosciuti. I bambini concepiti dopo un aborto spontaneo intervistati nella vita post-natale tra i 6 e i 9 anni riferiscono di non essere amati per se stessi, ma per il fatto di considerarsi i sostituti del fratellino perduto ("replacement child sindrome", Poznasky 1972, Phypps 1995). Inoltre il di stress psicologico prima e dopo l’effettuazione dell’amniocentesi, nell’attesa del risultato, viene percepito dal feto come un blocco dei canali effettivi della madre verso di lui (the blocking channels sindrome, M.Cederholm2001).

 


4. Il feto come paziente

 

Gli elementi che hanno portato ad usare la diagnosi prenatale invasiva nell’Università Cattolica sono stati essenzialmente di tipo culturale.

 

Nel Dipartimento per la tutela della salute della donna e della vita nascente, la diagnosi prenatale ha iniziato i suoi primi passi nel 1975, e furono dei passi molto difficili soprattutto alla luce del fatto che dopo una diagnosi prenatale con anomalie cromosomiche o strutturali la legge 194 prevedeva la possibilità di interrompere la gravidanza (aborto volontario). Come coniugare una azione scientificamente rigorosa e corretta con la possibilità che le coppie, dopo quella diagnosi fatta da noi, potessero scegliere di effettuare una interruzione volontaria? Eravamo compartecipi di questa scelta o no, essendo noi obiettori sia sul piano personale che su quello istituzionale? Il Prof. Angelo Serra, Direttore del’Istituto di Genetica di allora, chiarì il dilemma etico distinguendo il momento della diagnosi dalla fase dell’uso che la coppia fa di questa diagnosi. Il centro doveva operare per effettuare nella maniera più rigorosa e scientifica la diagnosi. Il secondo momento, quello della consegna del risultato, doveva evidenziare non solo la verità del feto, ma anche la sua umanità, la realtà di figlio, e le conseguenze psicologiche della interruzione di gravidanza, come l’art. 6 della legge 194 recitava in relazione ad un’opera dissuasiva. L’azione del counseling non doveva essere direttiva, ma non poteva essere neutrale dinanzi al destino di una vita umana. La scelta poi veniva lasciata alla coppia.

 

Lavorando nell’ambito della diagnosi e della terapia prenatale da circa trent’anni abbiamo maturato ovviamente la necessità di affiancare alla diagnosi la terapia del feto, come avviene nella medicina dell’adulto. Quello che è avvenuto negli ultimi 30 anni è noto a tutti: il braccio diagnostico prenatale si è amplificato a dismisura, mentre non vi sono state equiparabili impegni di energie intellettuali ed economiche nel cercare le terapie per il feto, dando per scontato, per una sorta di accidia intellettuale, che una risposta terapeutica ad anomalie congenite non sarebbe stata possibile, ed attuando così una vera e propria medicina eugenetica e selettiva, verso feti non considerati degni di essere curati. La medicina fetale, invece, è sorta proprio dalla necessità etica di trattare ogni feto con problematiche malformative, degno di eventuali terapie invasive e non invasive, rifuggendo però dall’accanimento terapeutico, considerato da noi atteggiamento ugualmente esecrabile ed eticamente sbagliato.

 

Nel libro “Le Terapie Fetali Invasive” (Noia G., Caruso A., Mancuso S. – Editrice Universo, Roma 1998), in quindici capitoli viene dimostrato come è possibile la terapia in utero con ottime possibilità di successo e con un discrimine etico che accompagna l’intervento terapeutico valutando il rapporto rischio/beneficio e informando capillarmente la coppia che si è rivolta a noi. Più di 6.000 malformazioni di diversa entità e complessità sono state affrontate in questi 30 anni e il tasso di successo terapeutico è andato aumentando di pari passo con l’evoluzione delle conoscenze del benessere fetale.

 

Nelle situazioni, però, in cui non è possibile una terapia si può ovviamente proporre l’accompagnamento. Mettere in evidenza, in piena verità scientifica, che il feto in oggetto ha delle problematiche non curabili (agenesia renale, displasie renali precoci e gravi, anencefalia, trisomia 13, trisomia 18, nanismo tanatoforo, ecc…) è il primo dovere di ogni diagnosta prenatale; però è altrettanto doveroso far presente che non è eliminando il sofferente che si elimina la sofferenza: anzi, eliminare una presenza biologica dal grembo di una madre non equivale ad eliminarla dalla memoria del cuore. Molti studi parlano degli eventi profondamente negativi sulla salute mentale della donna dopo un aborto eugenetico (disturbi bipolari tre volte più frequenti), perché oltre a perdere la vita del figlio, la coppia perde il progetto di capacità gestazionale che era stato fatto intorno all’evento. È quindi una preoccupazione di tipo medico, oltre che etico, che ci spinge ad entrare nell’accompagnamento della coppia, dove accompagnare significa soprattutto “incontrare e comprendere”, entrare in empatia con la sofferenza psicologica della coppia. Purtroppo viviamo in un’epoca in cui il medico fugge dalla condivisione del dolore e spesso risolve il suo intervento con una consulenza ipertecnica e fredda, quasi come una forma di difesa non solo di tipo medico-legale ma anche di inumana asetticità.

 

Valgono per tutti i gravi problemi all’inizio (ABORTO) e alla fine (EUTANASIA) della vita. Qual è l’atteggiamento culturale prevalente e più diffuso? Dinanzi ad un’ eventuale sofferenza che un bambino con malformazioni può creare si propone l’eliminazione del sofferente, così come dinanzi a condizioni di sofferenza in fase terminale di un uomo adulto si opta per la stessa scelta. E’ veramente tragico e inumano pensare di eliminare la sofferenza eliminando il sofferente ma questo accade sempre più frequentemente! Alla luce di quanto è stato detto, quindi, i criteri di utilizzare la diagnosi prenatale secondo la specificità propria della bioetica personalista potevano essere giustificato dal fatto che ogni procedura diagnostica doveva presentare una precisa indicazione, la valutazione del rischio connesso alla procedura doveva essere eticamente accettabile e proporzionata, e l’uso delle procedure invasive doveva essere fatto scegliendo quelle che presentavano una doppia valenza, diagnostica e terapeutica. Come nella medicina dell’adulto esiste un braccio diagnostico e un braccio terapeutico, così anche nella medicina del feto deve esserci un braccio diagnostico e un braccio terapeutico.

 

L’evoluzione delle conoscenze del benessere fetale ha permesso quindi al centro da me diretto (Centro di Diagnosi e Terapia Prenatale, Policlinico A. Gemelli, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma) di confrontarsi con il panorama scientifico nazionale e internazionale su metodologie diagnostiche e terapeutiche comuni alla letteratura scientifica più moderna. L’afflusso di pazienti (più di 10.000 casi di patologie viste in questi 30 anni) che invece di scegliere l’interruzione di gravidanza chiedevano una cura per il figlio o, laddove questo non era possibile, una condivisione e un accompagnamento del feto considerato terminale, ha permesso di validare una metodologia scientifica inattaccabile sul piano del management delle gravidanze ad alto rischio: la storia naturale delle malformazioni e delle gravi patologie fetali. Questo è stato possibile perché migliaia di famiglie hanno vissuto il concetto di malattia fetale e di terminalità così come è scritto nel cuore dalla legge naturale: ogni madre cerca di curare il figlio, certamente non lo uccide, anche dopo aver saputo di diagnosi infauste e senza speranza! Per noi, operatori sanitari, il discernimento etico ha sempre guidato la scelta delle opzioni diagnostiche e terapeutiche, permettendo di curare e di non accanirsi e quando la terapia non era possibile siamo passati dal “to cure” al “to care”. Questa acquisizione è stata un continuo andare contro corrente ma proprio nel libro di poesie di Giovanni Paolo II (“Trittico Romano”) il pontefice affermava: “Se vuoi scoprire la sorgente devi andare controcorrente”. Sicuramente la vera sfida è proprio su questa sorgente: la verità sulla persona umana; ed è su queste basi di forte convinzione personale che abbiamo cercato di far valere sempre le ragioni della ragione. Se consideriamo che dal 1981 al 2006 la percentuale di interruzioni volontarie di gravidanza, effettuate dopo la 12° settimana (90 giorni) è passata dallo 0,5% al 2,6% si capisce subito che sono proprio quelle condizioni fetali (considerate non passibili di una diagnostica più accurata, di una terapia pre o post natale e/o di un accompagnamento fino all’exitus naturale) evidenziate dalla diagnosi prenatale che hanno sancito ufficialmente il criterio eugenistico e selettivo fortemente presente nella legge 194. La terapia fetale invece è una realtà scientifica molto più riproducibile di quello che si pensa comunemente: quattro grandi metodologie di terapia al feto (transplacentare, invasiva eco-guidata, fetoscopica “non open”, chirurgica “open”) dimostrano chiaramente che la realtà del feto come paziente non è una proiezione di tipo confessionale, ma è una basic evidence medicine, una medicina che si basa sull’evidenza. Mai come in questo campo è stato possibile coniugare la fidesratio, la laicità e l’identità cristiana. Una esemplificazione di questa affermazione si può desumere dalla consulenze fatte per malattie infettive: 284 donne pervenute presso il nostro centro tra il 1984 e il 2002 chiedevano informazioni sul rischio di rosolia in gravidanza. È bastato dimostrare nella consulenz e la a, con dati rigorosamente scientifici, che la rosolia poteva creare problemi al loro bambino solo se contratta entro le 15 settimane, perché circa un terzo di queste donne, avendo contratto la rosolia tra 18 e 27 settimane, scegliesse di continuare la gravidanza. Al 48% delle rimanenti veniva offerta una precisazione scientificamente rigorosa che dimostrava l’assenza di rischio per il loro bambino. Alla fine di questo excursus di 18 anni il risultato conclusivo era che una consulenza scientificamente corretta salvava dall’interruzione volontaria di gravidanza l’88% dei feti. Erano state usate le ragioni della ragione scientifica, quelle dei dati dell’evidenza della letteratura internazionale, e quelli della storia naturale da noi conosciuta anche in termini di sequela di questi bambini fino a 5 anni dopo la nascita. Questa capillare informazione nel counseling ha preceduto sempre anche gli interventi operativi che nell’esperienza del centro sono stati soprattutto di tipo ecoguidato con aghi o dispositivi particolari. Le esemplificazioni degli approcci sono di varia entità e molto personalizzati caso per caso:

 

a) interventi invasivi eco guidati all’interno della lesione fetale come per esempio nel drenaggio delle cisti ovariche fetali che hanno impedito la torsione dell’ovaio sede di grossa cisti ovarica e evitare così la perdita del 50% della funzione procreativa già prima della nascita a 10 feti di sesso femminile; (Calisti 1989)

 

b) l’approccio intra-amniotico che, utilizzando una metodica pionieristicamente iniziata proprio nel nostro gruppo nel 1990, ha cambiato la storia naturale di molte condizioni caratterizzate da rottura intempestiva e precoce delle membrane (tra 16 e 21 settimane) facendo passare la sopravvivenza da 0 al 40-60%; (Noia 1999, De Santis 2003)

 

c) l’uso, poi, di approcci intra-amniotici per curare casi di gozzo fetale ed ipotiroidismo con l’intento di evitare il ritardo mentale di tali feti, immettendo di tiroxina all’interno della cavità amniotica; (Noia 1992)

 

d) l’esecuzione con approccio intravascolare di trasfusioni di sangue a feti gravemente anemici con la sopravvivenza che è passata in 20 anni dal 40 al 92%; (Noia 1998)

 

e) azioni invasive diagnostiche e terapeutiche nel distretto toracico, addominale o urinario che hanno cambiato in modo evidente la sopravvivenza feto-neonatale;(Noia 1999)

 

f) ed infine l’accompagnamento di tutta questa realtà clinica nell’uomo con procedure di curarizzazione del feto o di analgesia effettuate secondo gli standard internazionali e con rischio eticamente accettabile e proporzionato. (Noia 1998)

 

Tutta questa tradizione di terapia al feto in utero è stata accompagnata negli ultimi 15 anni da ricerche effettuate nell’animale sperimentale con creazione di modelli malformativi e tentativi di riparazione con chirurgia fetale aperta (malformazioni intestinali, gastroschisi, uropatie ostruttive, spina bifida fetale) (Patricolo 2002). Negli ultimi sette anni più di 150 trapianti prenatali nell’ovino con cellule staminali da cordone ombelicale hanno fornito un modello sperimentale per la cura delle malattie genetiche con ottimi riconoscimenti nella letteratura internazionale. (Noia 2003, Noia 2004, Noia 2005)

 

Infine una grande rete di realtà che difendono la famiglia e la vita nascente ha permesso di creare un linkage con una associazione di famiglie ( www.laquerciammillenaria.org ) che, dinanzi a condizioni non compatibili con la vita, hanno sviluppato l’accompagnamento dei feti terminali. Esse hanno dimostrato che l’atteggiamento diffuso nella cultura odierna ( amplificazione del contrasto fra il desiderio della coppia di avere un figlio sano e il terrore che non lo possa essere ) è espressione della SINDROME DEL FETO PERFETTO. L’associazione è nata attraverso un passaggio che l’ha portata dalla testimonianza individuale al servizio, organizzandosi con un comitato scientifico e una equipe medica di riferimento.

 

L’equipe medica è formata da ginecologi, pediatri, chirurghi e psicologi. Se è vero che la maggior parte di questi afferiscono al Gemelli, e in particolare al Day Hospital che dirigo e che è stato il punto di partenza, è anche vero che ormai i sostegni e le disponibilità ci stanno giungendo da qualunque parte d’Italia. Ognuno è pronto a occuparsi delle problematiche che i casi specifici presentano; il più delle volte viene fornito un servizio gratuito per non gravare su chi, anche con pochi mezzi, attraversa mezza Italia per giungere alla nostra osservazione.

 

A fianco all’equipe sanitaria, esiste una rete di famiglie della Quercia Millenaria a cui spetta il compito di condividere e sostenere le coppie che hanno già vissuto la medesima esperienza, una sorta di mutuo aiuto già sperimentato in tutto il mondo nelle associazioni di genitori di disabili. Di fronte alle situazioni più disparate si sono creati rapporti che nessuno avrebbe mai immaginato: nessuno potrà mai togliere il dolore di un figlio che morirà, ma nessuno è stato lasciato solo. È la solitudine umana e scientifica che rende devastante una diagnosi di feto terminale. Tutto l’amore che avevano ricevuto le coppie che fanno già parte da tempo della Quercia è stato riversato come un abbraccio su chi ci contatta per la prima volta. Il percorso difficile che ci si trovava ad affrontare diviene istantaneamente meno pesante da percorrere per il sostegno che le forti fibre di una Quercia possono offrire. Contemporaneamente sono poi le stesse fibre che si rinforzano sempre di più, rivivendo la memoria dei loro figli e arricchendosi delle nuove esperienze pronti ad affrontare con più vigore il futuro. Il 50% delle coppie, con precedente feto terminale, si è aperto alla vita nell’anno successivo all’evento con bambini sani nel 100% dei casi.

 

Una delle ultime fatiche riguarda anche la pubblicazione delle basi scientifiche e della raccolta delle testimonianze della rete di famiglie. Il libro è stato intitolato: “Il figlio terminale”. Non è stato scelto a caso, ma vuole dichiarare apertamente quale è la considerazione della vita nascente nostra e delle famiglie che si rivolgono alla Quercia. Ogni vita è figlio, fin dal concepimento.

 

In conclusione quindi possiamo affermare che la diagnosi prenatale di condizioni incompatibili con la vita, ci apre sempre più al grande dilemma di come usare la conoscenza scientifica, ma spesso non ci prepara all’accoglienza della disabilità e anche alla sofferenza che l’accompagna, sia del bambino che dovrà nascere, che delle famiglie.Essa propone il termine di “feto terminale”: propone, cioè, una medicina senza speranza.

 

Che cosa è la terminalità? Siamo veramente nati per “terminare”, o come dice Hannah Arendt : “Gli esseri umani, sebbene debbano morire, non sono nati per morire, ma per incominciare”? Sì, pensiamo proprio che siamo nati per incominciare! Queste famiglie che nell’amore e nel dolore accompagnano i propri feti e ci chiedono di accompagnarle esprimono quello che dovrebbe caratterizzare la scienza: essa, che è stata ancilla theologiae, ma che è stata ed è tutt’ora anche ancilla belli e ancilla pecuniae, riacquista il senso di ancilla humanitatis enfatizzando ciò che alcuni grandi pensatori avevano predetto: la scienza senza la coscienza può divenire la rovina dello spirito dell’umanità (Rabelais, 1534). “anche la scienza e la tecnica possono essere edificanti, ma se lo sono, ciò è perché c’è l’amore” (Kierkegaard). “La potenza della nostra scienza ha distanziato la nostra forza spirituale: abbiamo missili teleguidati e uomini maleguidati” (M. L. King, 1963).

 

Allora alla domanda “quanto è sapiente l’homo sapiens?” rispondiamo con una frase di Egon Diczfalusy, uno dei padri della ginecologia europea (1997): “è la saggezza infinita della speranza la vera sapienza dell’uomo” perché “una nave non può essere tenuta da una sola ancora, né la vita da una sola speranza” (The Enckeiridion).

 

 

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