Un Figlio per l'Eternità PDF Stampa E-mail

 

BIANCA E ALESSANDRO

Un figlio per l’eternità


Bianca era stesa sul lettino il 10 Aprile 2007, e aspettava con ansia di fare l’ecografia morfologica perché voleva scoprire il sesso del suo secondogenito. Bianca e Alessandro avevano sempre desiderato un famiglia numerosa, almeno due bambini, un maschio e una femmina preferibilmente, così ci sarebbe stato un equilibrio, e i due bambini si sarebbero compensati a vicenda.
Un anno e mezzo dopo il loro matrimonio, avvenuto l’ 11 Agosto 2002, nacque Vanessa, la loro primogenita, una bambina che li colmò di gioia e amore. Quando lei ebbe due anni, cominciarono a pensare di darle un fratellino. Il primo tentativo purtroppo si concluse con un aborto spontaneo, ma loro non si scoraggiarono, volevano un altro bambino e l’avrebbero avuto. Ci riprovarono e stavolta Bianca non abortì. Lo annunciarono a Vanessa, che ne fu entusiasta e cominciarono insieme a fare i primi progetti per accogliere il nuovo bambino: la sua cameretta, i primi vestitini, le scarpine, e Vanessa fu felicissima di essere coinvolta, anche così piccola si sentiva già una sorella maggiore.
Era con la mamma quel giorno, insieme a suo padre Alessandro, per scoprire se sarebbe stato un maschio o una femmina, e per decidere il nome. Erano tutti invasi dalla gioia quando la voce della ginecologa li richiamò a una terribile realtà. Il bambino era malato, soffriva di ascite fetale all’addome.
- Sono molto spiacente – disse la dottoressa rivolgendosi a Bianca – ma il feto è malato. L’ascite fetale è una malattia mortale, purtroppo non sopravvivrà, le conviene abortire. Mi dispiace veramente, ripeto sono desolata, ma non c’è altra soluzione. L’aborto è l’unica via di uscita.
- Ma il mio bambino! – mormorò Bianca totalmente incapace di realizzare ciò che stava accadendo.
- Per il momento è sano – disse la dottoressa, ma non rimarrà tale, presto il liquido lo avvolgerà soffocandolo. Non infliggetegli questa sofferenza, abortisca, è meglio così per tutti. Questi sono feti terminali e non sono destinati a vivere. Purtroppo è la realtà, per quanto crudele possa essere.
Non era solo crudele, era impossibile da accettare. Infatti quando Alessandro e Bianca uscirono dallo studio medico erano ancora increduli, incapaci di accettare le parole “feto terminale”. Erano rimasti sconvolti dal fatto che nemmeno per una volta la dottoressa avesse pronunciato la parola bambino. Quando Bianca le aveva chiesto le sue condizioni chiamandolo appunto bambino, lei aveva risposto alla domanda senza chiamarlo, come se non esistesse, ma la cosa più terribile era che stava crescendo dentro Bianca e lei lo stava perdendo mentre lui viveva ancora.
Non poteva essere, non riusciva, non voleva crederci. Infatti Bianca e suo marito si convinsero che la dottoressa si fosse sbagliata, in fondo tutto poteva essere, nessuno era infallibile, e i medici sbagliano. Aggrappati a questa speranza, decisero di chiedere altri consulti in altri ospedali, si rivolsero a tanti ginecologi della loro città, Livorno, ma purtroppo la diagnosi era sempre uguale, le parole erano sempre le stesse, altisonanti, spietate, insistenti: feto terminale.
Bianca disse a uno dei molti medici che la visitò:
- Questo lo so, so che è un feto terminale, non c’è bisogno di dirmelo tutte le volte. Quello che io cerco è una speranza, non lo capisce? Quello che voglio è che il mio bambino viva, non voglio essere io ad ucciderlo, non potrei. E’ mio figlio!
- C’è un’alternativa – disse il medico – è la paracentesi, cioè il drenaggio dei liquidi in eccesso del bambino, tramite un ago che viene infilato fin nel grembo del piccolo. Ma non si illuda, se farà questo sarà come abortire, non c’è speranza, c’è solo una quasi nulla possibilità che il bambino sopravviva solo se il liquido si riassorbirà spontaneamente, il che è molto improbabile.
Bianca e Alessandro uscirono da questo ennesimo consulto con gli occhi pieni di lacrime, e una domanda nel cuore:
- Perché è capitato proprio a noi? Perché proprio alla nostra creatura doveva succedere tutto questo? L’abbiamo desiderata tanto e l’amiamo più della nostra vita, perché proprio a noi tocca questa sentenza di feto terminale? Dove sei Dio?
Si sentivano confusi, spezzati, addolorati, disperati, non potevano uccidere il loro bambino. Bianca non ne era capace, non avrebbe mai potuto farlo, proprio perché lo amava troppo, ed è sempre stata convinta che non devono essere i genitori a decidere quando per i figli giunge l’ora di morire. Non decidevano nemmeno quando dovevano nascere, a maggior ragione non avevano alcun potere sulla loro morte. Eppure l’aborto continuava ad essere prospettato come l’unica soluzione praticabile, una soluzione per una causa senza speranza.
Stavano cercando di rassegnarsi a questa realtà, quando un’ amica venne in loro aiuto. Sapendo quello che stavano passando ed essendo molto in pena per loro, si era documentata attraverso Internet e aveva trovato qualcosa che a suo parere avrebbe potuto aiutarli, per lo meno sostenerli in questo percorso così difficile. Per quanto si amassero e si sostenessero a vicenda, era una battaglia troppo grande per essere combattuta solo in due, avevano bisogno di conforto e sostegno e finora non gliene era arrivato molto, certo non dai medici. L’unica persona che riportava nella loro vita una parvenza di serenità era Vanessa che, ignara di tutto, continuava a essere serena, allegra, ad aspettare il fratellino. Ma quando domandava qualcosa alla mamma sulla sua salute e quando sarebbe nato, il più delle volte Bianca non rispondeva, cercava di trattenere le lacrime e cambiava argomento. Non era ancora pronta a dirle che il suo fratellino non sarebbe mai nato.
Questa amica, sapendo tutto questo, un giorno disse loro:
- Spero di non essere stata troppo invadente, ma sono molto preoccupata per voi, posso solo immaginare quello che state passando, e so che deve essere una prova durissima, al di là di ogni immaginazione. Ma forse ho trovato qualcosa che può aiutarvi, per lo meno a sopportare l’angoscia e questo dispiacere. Voglio essere sincera, ho trovato questo numero su Internet, ma secondo me è affidabile, appena l’ho visto mi ha come ispirata, come se fosse lì per voi. Ve lo lascio, pensateci e fatene l’uso che credete. Sappiate che comunque vi sono molto vicina.
Loro guardavano il numero e lessero il nome: La Quercia Millenaria. E’ un’associazione che si occupa di gravidanze patologiche e di feti incompatibili con la vita. Bianca e Alessandro all’inizio rimasero perplessi, non erano sicuri di come questa associazione avrebbe potuto aiutarli, dato che era stato tolto loro ogni briciolo di speranza. Però pensandoci, si resero conto di aver bisogno di un aiuto, era un dolore troppo grosso perché lo affrontassero da soli, e per quanto il loro amore fosse grande e profondo, avevano bisogno di confrontarsi, di parlare con persone che avevano già vissuto questo tipo di esperienza e di capire come potevano superarla. Per la prima volta si erano dovuti scontrare con un fatto inusuale, cioè che la gravidanza poteva non essere fonte di gioia, ma di dispiacere. In questo caso la gravidanza non portava alla vita, ma alla morte, perché più la pancia cresceva, più il liquido aumentava e il bambino ne veniva sommerso.
Tuttavia non si erano ancora decisi per l’aborto, era qualcosa di troppo innaturale, di troppo cattivo, troppo meschino da fare al loro bambino. E così rimanevano sospesi, come in una sorta di limbo, ad aspettare un segnale, una risposta alle loro tacite domande, e si chiesero se la risposta non stava proprio in quel numero, che casualmente la loro amica aveva trovato animata dal desiderio di aiutarli.
Così, vincendo l’iniziale diffidenza, si decisero a telefonare e non rimasero delusi. Fecero una lunga chiacchierata con Sabrina Paluzzi, la Presidente dell’associazione, la quale li comprese, li consolò, ma anche li incoraggiò, fece quello che tante persone non avevano mai fatto, e li indirizzò ad un medico di sua fiducia, il Prof. Noia di Roma.
Bianca e Alessandro decisero di rintracciarlo, gli telefonarono e dopo varie domande il professore disse:
- Bianca, c’è qualcosa che lei può fare, la paracentesi.
No, pensò lei, non poteva crederci, ancora! Un altro medico che le consigliava l’aborto. Era troppo, non ce la faceva più. Lei non voleva uccidere il suo bambino, voleva tentare di salvarlo, tentare di farlo vivere anche per poco tempo. Voleva che vivesse e morisse naturalmente, se era questo il suo destino, ma non voleva essere lei l’artefice della sua morte. Perché nessuno riusciva a capirlo?
- Senta, dottore – gli rispose in tono brusco, quasi arrabbiato – non so come spiegarlo né a lei, né ai suoi colleghi, ma io non voglio abortire! Non voglio fare una cosa del genere, non potrei, non vivrei più. Amo troppo mio figlio per fargli una cosa simile, ormai ho capito che per voi non è altro che un feto, malato per di più. Ma è mio figlio! E io non voglio che muoia, non voglio!
- Bianca si calmi! – le disse il dottore con voce dolce e comprensiva – quello di cui le sto parlando non è un aborto, è una speranza.
Per la seconda volta Bianca rimase senza parole: speranza! Credeva che non l’avrebbe mai sentita quella parola, specialmente in bocca a un medico, e ora ecco invece che inaspettatamente ricompariva nel suo vocabolario quando lei ormai ci aveva quasi rinunciato.
- E’ un speranza, Bianca – continuò a dire il dottore – è una speranza.
Quelle parole gettarono un raggio di sole nella tempesta che Bianca e Alessandro stavano attraversando e li spronò ad andare insieme a Vanessa a Roma per un consulto più approfondito.
Il prof. Noia lavorava al Policlinico Gemelli e dopo due giorni da quella telefonata, Bianca si ritrovò ancora una volta sdraiata sul lettino, mentre si sottoponeva a un’ecografia. Ormai non ci faceva più caso, non le interessava neanche guardare, non voleva rendersi conto di quanto ormai la morte fosse imminente e inevitabile per la creatura che stava crescendo dentro di lei. Fare l’ecografia doveva essere un momento di gioia, ma dal giorno in cui avevano ricevuto la diagnosi era diventata una sofferenza, per cui Bianca preferiva non guardare e allontanare la mente da ciò che stava vivendo. Fu scossa da questi pensieri quando il dottore le chiese:
- Che nome vuol dare al suo bambino, Bianca?
Lei si voltò e lo guardò con occhi sgranati. Nessuno aveva mai pronunciato la parola bambino, solo lei lo chiamava così, solo lei lo chiamava “mio figlio”. Nessuno poi aveva mai pensato di chiederle il nome.
- Che nome gli vuol dare? – le ripetè il medico.
- Gabriele – mormorò lei.
- Bene – affermò il professore – allora dovremo lottare affinché Gabriele viva.
- Vuol dire che non morirà? – chiese lei con voce strozzata. Non osava quasi sperarlo, l’aveva sognato troppe volte, non poteva essere vero. Forse era un sogno.
- Non so dirle quanto vivrà, ma possiamo fare in modo che non muoia nel suo grembo.
- Davvero?
- Possiamo provare, ma dovremo lottare.
- Non importa – rispose Bianca rinfrancata – io sono disposta a tutto per mio figlio, a fare qualunque sacrificio, non mi importa quanto mi costerà. L’importante è che Gabriele non muoia, almeno non dentro di me.
Rianimata dalla speranza di poterlo dare alla luce, Bianca cominciò a lottare, si sottopose già quella prima volta alla paracentesi, poi nei due mesi di degenza al Policlinico ne fece diverse altre e ogni volta fu un sollievo per lei vedere che il liquido dentro il suo bambino diminuiva quando glielo aspiravano e Gabriele poteva tornare a vivere più liberamente. E ogni giorno che viveva era un giorno che lo portava più vicino a uscire dal grembo materno.
Bianca non scorderà mai l’ecografia in cui vide il suo bambino ormai sommerso letteralmente da quel liquido, e la sua piccola pancia sul punto di scoppiare. Quell’immagine l’aveva perseguitata per giorni, soprattutto perché lei non poteva fare niente per evitarlo. Avrebbe voluto essere lei ad affogare in quel liquido e non Gabriele, ma le parti non si potevano invertire. Ora invece che sapeva che il liquido veniva aspirato lasciandolo libero, provava sollievo.
Intanto Alessandro e Vanessa si erano trasferiti a Roma per starle vicino, in una struttura del C.A.F.T. (Centro Aiuto per il Feto Terminale), un appartamento che l’associazione mette a disposizione gratuitamente per ogni famiglia che viene seguita per una gravidanza fortemente patologica, a seguito della quale i genitori scelgono di non abortire, ma di portare avanti il proprio bambino fino all’esito naturale. Erano sempre aiutati moralmente da Sabrina e il marito Carlo, che non mancavano mai di far sentire la loro presenza e di dimostrarsi disponibili soprattutto nei confronti di Vanessa che sentiva molto la mancanza della mamma. Le avevano spiegato come fosse necessario che Bianca rimanesse in ospedale, affinché il suo fratellino potesse nascere.
Vanessa alla sera chiedeva sempre al papà di leggerle una storia, e Alessandro si rese conto che nella fretta di preparare i bagagli avevano dimenticato il libro delle favole, così cercò qualcos’altro da poterle leggere, che potesse sostituire le favole. E una sera posò lo sguardo sulla Bibbia che era lì sugli scaffali in salotto, la prese e tenendo Vanessa in braccio, aprì una pagina a caso, e scoprì che parlava della Resurrezione. E le pagine aperte a caso nei giorni successivi avevano sempre questo tema, la Resurrezione.
Alessandro cominciò a interpretarlo come un segno, forse il Signore voleva lanciargli un messaggio e si serviva della Bibbia, voleva fargli capire che anche se Gabriele sarebbe morto, avrebbe avuto un’altra vita e sarebbe resuscitato insieme a tutti gli altri. In pratica gli chiedeva di avere fede e di credere nella Vita.
Ma per Alessandro non era così facile accettare quello che Dio gli chiedeva, la prova che lui e la sua famiglia stavano affrontando. Infatti dopo che aveva finito di leggere la pagina della Bibbia a Vanessa e le faceva recitare il Padre Nostro, alle parole “sia fatta la tua volontà” lui si fermava, non era in grado di pronunciarle, perché si rendeva conto che la sua volontà non coincideva con quella di Dio e dentro di sé non voleva che la volontà di Dio si compisse. Lui e Bianca avrebbero desiderato che Gabriele vivesse non solo per qualche giorno, ma una lunga vita, che crescesse insieme a sua sorella, questo era il loro sogno, ma Alessandro sapeva che anche se fosse nato non sarebbe vissuto così a lungo per farlo. E questo non riusciva, non poteva accettarlo, anche se si rendeva conto di non avere altra scelta. Tutto ciò era molto duro da superare.
- Papà – lo riscuoteva Vanessa – perché ti fermi? Voglio continuare. Continuiamo, preghiamo insieme.
- Scusa tesoro, - diceva lui accarezzandola – io sono stanco, continua tu. Io sto in silenzio e ti ascolto e ti dico se lo dici bene. Sono troppo stanco per pregare insieme stasera, ma tu continua, mi piace sentirti pregare.
- Prego per il mio fratellino e per la mamma, papà. – gli rispondeva lei con candore.
E lui l’accarezzava guardandola con amore e ringraziando il Cielo per averla. Nonostante il momento difficile, lei era una fonte continua di gioia e di amore e si rese conto di essere un padre fortunato, Vanessa era una bambina così dolce e amava già il fratellino come lo amavano Alessandro e Bianca. Dentro di sé pensò che sarebbe stata un’ottima sorella maggiore. E gli si strinse il cuore nel pensare che Gabriele non l’avrebbe mai conosciuta, non avrebbe mai saputo che lei pregava per lui, non avrebbe mai saputo quanto lei gli voleva bene. E questo rendeva tutto ancora più penoso.
Tuttavia Sabrina e Carlo in quei momenti di sconforto lo esortavano a non mollare, a non cedere, capivano perfettamente le sue angosce, i suoi rimpianti, sapere che il figlio era già condannato a morire era una realtà durissima per qualunque padre, tuttavia non poteva arrendersi, doveva continuare a stare vicino a Bianca, dare attenzioni a Vanessa, e quando sarebbe stato il momento, stare vicino e amare anche Gabriele. Indipendentemente da quanto tempo Gabriele aveva da vivere, Alessandro era sempre suo padre, e Gabriele avrebbe avuto bisogno di lui, non importava che fosse per un giorno, una settimana, due settimane, o un mese, per il tempo necessario avrebbe dovuto essere un padre che non si lasciava andare alla disperazione o ai rimpianti, ma che gli dava tutto l’amore che poteva offrirgli.
Scosso da queste parole, Alessandro era rinfrancato e riprendeva a lottare, anche se la tristezza incombeva sempre, ma c’era anche il sollievo e la speranza che perlomeno sarebbe venuto al mondo, avrebbe visto la luce e il viso dei suoi genitori. Questo dava forza ad entrambi per continuare questa crociata in difesa della vita.
La sera del 22 giugno Bianca cominciò ad avere le prime contrazioni, anche se era solo di sette mesi. Quando Bianca chiese al professore:
- Non possiamo fermarle?
Lui rispose:
- No, impossibile. Deve nascere.
- Ma come? – esclamò lei – E’ troppo presto, sono solo di sette mesi, non ce la farà.
- Se non lo facciamo nascere morirà nel tuo grembo, le tue contrazioni lo schiacceranno. Se non interveniamo subito, succederà quello che tu hai sempre cercato di evitare, che Gabriele muoia dentro di te.
Bianca era spaventata, non voleva che suo figlio uscisse così presto, finchè lo teneva nella sua pancia aveva l’illusione di proteggerlo, le sembrava che facendolo uscire, lui sarebbe stato solo a combattere contro la morte, e questo lei non lo voleva. Non era ancora pronta a separarsi da quella creatura che per sette mesi era diventata una parte di lei. Però capiva anche che se avesse opposto resistenza, lei stessa l’avrebbe ucciso, e la sua priorità era che vivesse, anche per poco, non importava come. In fondo era per quello che era venuta fino lì.
Così acconsentì, la prepararono per il parto, ma l’avvertirono che una volta nato il bambino avrebbe potuto non piangere, poteva non averne la forza o essere in coma o non respirare e aver bisogno di un’ immediata intubazione. Bianca era spaventata e inorridita da quello che aveva sentito, ma era pronta ad affrontare anche tutto questo. Ora capiva come la vita fosse importante e se non altro Gabriele sarebbe morto di morte naturale, e questo per lei come per Alessandro era la cosa più importante, che la vita del loro figlio seguisse il suo corso naturale, come del resto quella di tutti, anche se i genitori sono i più restii e ostinati ad ammetterlo.
Alle 13,57 del 23 giugno, dopo l’intervento per il parto cesareo, si sentì un grande pianto nella sala operatoria, era il pianto di Gabriele, e Bianca pianse con lui. Eccolo il suo bambino, il figlio maschio tanto desiderato che in teoria non avrebbe neanche dovuto avere la forza di piangere, e invece strillava. Subito Bianca capì che era un bambino forte e tenace, e fu felice come non mai di sentire quel pianto, era il segno che lei aveva dato alla luce un’altra vita. Ce l’aveva fatta, non aveva abortito, non l’aveva condannato ad una morte innaturale e precoce, aveva fatto il suo dovere, l’aveva generato. Ora tutto dipendeva da Dio.
Bianca provò finalmente, dopo tanti mesi di angoscia, un grande senso di pace, a cui però si sostituì il rimorso e l’angoscia quando, dopo qualche giorno, finalmente lo potè vedere, ma ciò che era sotto i suoi occhi era terribile: un piccolo bambino attaccato a fili e macchine di ogni tipo, in coma farmacologico.
- Mio Dio! – pensò – cosa ho fatto! A cosa l’ho condannato! Ecco il risultato per averlo tenuto così aggrappato alla vita, solo perché io non accettavo di perderlo e volevo a tutti i costi tenerlo con me. Ora guarda come soffre per colpa mia! Gabriele, tesoro mio, perdonami se ti ho fatto questo.
Come se avesse sentito i suoi pensieri, Gabriele in quel momento aprì gli occhi, riemerse dal suo sonno profondo, si voltò, la guardò negli occhi e le sorrise, come per dirle: “Grazie di avermi fatto nascere.”
Appena vide suo figlio sorridere, gli occhi di Bianca di riempirono di lacrime, però il suo cuore tornò sereno, perché comprese di aver fatto la cosa giusta, di non averlo condannato, ma di averlo aiutato. Con quel sorriso Gabriele le aveva fatto capire che era felice di essere al mondo, che non le portava rancore, anzi la ringraziava e lei finalmente si sentì veramente e totalmente in pace, anche se il pensiero di perderlo le era ancora inconcepibile.
Per questo dopo la sua nascita cominciò a pregare perché il Signore gli desse un giorno, e un altro giorno, e un altro ancora. Ciononostante capiva che ora lei aveva fatto tutto quello che poteva, gli aveva dato il dono più prezioso. Ora restava la parte più difficile, lasciarlo andare quando sarebbe venuto il momento.
Dovette anche rassegnarsi a non poterlo prendere in braccio, a non poterlo attaccare al suo seno, ma dare il suo latte in un biberon che dopo le infermiere gli avrebbero portato. Ma il suo seno ne era talmente colmo che il resto del latte lo donò ad altri bambini bisognosi di nutrizione. Dopo tre giorni finalmente fu dimessa e si ricongiunse con Alessandro e Vanessa che l’accolsero in festa, anche se a Vanessa sembrò strano che il suo fratellino non fosse venuto a casa con la mamma. Era strano anche per Bianca essersi separata da lui e non averlo portato con sé, ma le dava sollievo il fatto di saperlo vivo, lontano da lei, ma vivo. Questo la consolava, l’aiutava e inoltre c’erano sempre i due impagabili amici Sabrina e Carlo che venivano a trovarli praticamente tutti i giorni e con i quali parlavano, si confrontavano, pregavano insieme.
Fu proprio in uno di questi momenti che Sabrina disse:
- Non credete che sia ora di battezzarlo?
Loro la guardarono sorpresi, non ci avevano pensato, non credevano che fosse il momento opportuno per farlo battezzare e festeggiare, soprattutto perché anche se era nato, c’era poco da festeggiare, sarebbe morto presto. Sabrina dopo aver ascoltato le loro perplessità, rispose:
- Cercate di vedere le cose in maniera diversa. Il battesimo è qualcosa di più di una semplice festa, di un ritrovo tra amici e parenti. E’ lo Spirito Santo che entra in Gabriele, si annida in lui e non lo lascerà mai più, gli darà forza per quello che deve affrontare, e la sua potenza si estenderà su tutti voi, tramite Gabriele. Credetemi, il battesimo farà bene a tutti.
- Va bene, battezziamolo.
Alessandro e Bianca rimasero profondamente colpiti da quelle parole, si resero conto di quanto fossero vere e di quanto la loro fede fino a quel momento fosse stata ristretta e debole. In un momento di sconforto avevano persino dubitato dell’esistenza di Dio, ora invece si rendevano conto di come tramite Gabriele Dio fosse al loro fianco in ogni momento, anche quando loro, accecati dalla rabbia, non lo percepivano. Si resero conto che Gabriele era il dono, il mezzo di cui Dio si era servito per fare sentire la sua presenza vicino a loro.
Scossi da questa scoperta dissero:
- Lo battezzeremo. E tu sarai la madrina. Vuoi?
- Sarà un grande onore per me.
In fondo anche Sabrina si sentiva partecipe e orgogliosa di quella nascita, che non sarebbe mai avvenuta se Bianca e Alessandro non li avessero contattati.
Così battezzarono Gabriele, rendendolo a tutti gli effetti figlio di Dio. Ma i rinati erano anche loro, perché scoprivano una fede nuova, più forte, una percezione di Dio totalmente diversa, che prima di allora non avevano mai avuto. Prima si rivolgevano a Dio solo nei momenti del bisogno, non avevano mai pensato che Dio poteva essere con loro tutti i giorni, in qualsiasi momento e non solo quando loro lo invocavano chiedendogli aiuto. E tutto questo lo capivano grazie a Gabriele. In pochi giorni lui aveva trasformato e cambiato in meglio le loro vite. Cosa sarebbe stato di loro se Gabriele non fosse nato, se avessero continuato a considerarlo solo un feto malato? Ora questa prospettiva era inconcepibile.
I suoi giorni passarono tra alti e bassi, un giorno aveva bisogno del drenaggio, il giorno dopo migliorava e non serviva più, e quello successivo ancora era di nuovo gonfio di liquido, ma Alessandro e Bianca vivevano alla giornata, pregando, abbandonandosi alla volontà di Dio. L’unico rammarico era che Vanessa, che chiedeva sempre di lui, non l’avesse ancora potuto vedere se non tramite il telefonino dove loro gli scattavano le foto. Riuscirono a farglielo intravedere solo per un istante quando uscì dalla sala rianimazione per fare una TAC, e Vanessa non disse altro se non:
- E’ bellissimo!
Bianca e Alessandro compresero che dentro di lei c’era già l’amore fraterno e di questo furono doppiamente grati.
Il giorno dopo, il 27 luglio alla sera, li chiamarono dall’ospedale d’urgenza: Gabriele stava male, stava morendo. Alessandro e Bianca si precipitarono a lui, lasciando Vanessa con Carlo e Sabrina che si dimostrarono estremamente premurosi con lei, permettendole addirittura di dormire nella stessa camera dove dormivano i loro figli, mentre Bianca e Alessandro erano a fianco di Gabriele per l’ultima prova della sua brevissima vita.
Stava morendo, li stava salutando, ma prima che morisse chiesero che venisse cresimato, e dopo che il sacerdote ebbe amministrato il sacramento, Gabriele spirò in pace. Nessuno avrebbe potuto asciugare le lacrime di Bianca e Alessandro, era stato con loro per 34 giorni ma aveva rivoluzionato e illuminato le loro vite, gli aveva insegnato più cose di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi persona in una vita intera.
Fu così che straziati ma anche con un senso di orgoglio, tornarono a Livorno e lo portarono a casa, nella sua piccola bara. Il giorno prima dei funerali dissero a Vanessa che il fratellino era volato in cielo, adesso era al sicuro, non soffriva più, era libero da tutte le macchine e da tutti i fili dell’ospedale. Ora era libero e correva per il cielo, ma non si sarebbe dimenticato di loro e neanche di lei, perché lui sapeva di avere una sorella, e aveva percepito il bene che lei gli voleva.
Con queste parole le spiegarono ciò che era accaduto, ma temettero la sua reazione, che potesse disperarsi, non capire, invece lei reagì con tranquillità, rinfrancata dal fatto che Gabriele l’avrebbe sempre protetta e lei l’avrebbe sempre ricordato. Scelse di sua spontanea volontà di non andare al funerale, avrebbe sofferto troppo, ma ora quando se la sente chiede alla mamma di portarla al cimitero, e insieme pregano e cantano canzoncine per lui.
Ora Bianca è di nuovo incinta, una nuova vita sta crescendo dentro di lei, ma non perché possa sostituire Gabriele, nessuno lo sostituirà mai, sarà sempre l’adorato secondogenito, il fratello minore e desiderato, tant’è vero che ora Vanessa spera in una sorellina perché un fratello ce l’ha già, che corre per il cielo.
Ora Bianca e Alessandro si apprestano a vivere questa nuova esperienza con gioia, ma senza dimenticare ciò che hanno vissuto, anzi adesso sono un grande aiuto per l’associazione La Quercia Millenaria, confortano chi si trova nella loro stessa situazione, cercano di infondere coraggio, portano testimonianza sperando che la loro storia possa servire a far capire quanto la vita sia preziosa anche se vissuta poco più di un mese. E avvertono Gabriele sempre con loro ogni giorno, il suo sorriso li accompagna, la sua presenza li conforta, il ricordo del suo pianto li commuove.
Lui è e resterà sempre il loro figlio per l’eternità.


Questa storia e tante altre, le troverete nel libro “La Terapia dell’Accoglienza” realizzato dall’Associazione: La Quercia Millenaria Onlus

 

 

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